La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome ha prodotto un documento nel quale elenca una serie di fragilità del ddl caccia all’esame della Camera.
Tolti gli animalisti, gli ambientalisti, le opposizioni, Forza Italia, l’Arcicaccia e l’Ispra, favorevoli al ddl caccia nella formulazione uscita dal Senato restano solo Fratelli d’Italia, la Lega e parte (una parte cospicua, bisogna riconoscerlo) dell’associazionismo venatorio: questo fronte, che ogni settimana s’assottiglia, non può contare sulla sponda delle Regioni e delle Province autonome, che hanno prodotto un documento nel quale esprimono una serie di critiche dettagliate.
Per la Conferenza delle Regioni è critica innanzitutto la riforma della disciplina che regola la gestione dei richiami vivi. Sono due i passaggi contestati: il riavvio delle operazioni di cattura, che porterebbero con sé quasi scontata una nuova procedura d’infrazione europea contro l’Italia; e, per la sostituzione, l’obbligo di consegnare agli enti pubblici il richiamo morto, procedura «di difficile applicabilità, inefficiente e anacronistica», che meglio sarebbe sostituire con l’autocertificazione digitale.
Un elenco dettagliato
Dopo aver richiesto cautela sulla pianificazione nelle aree del demanio forestale e aver definito «sproporzionato» il perimetro entro il quale il governo può esercitare il potere sostitutivo in caso d’inadempienza a livello locale (troppo pochi tre mesi, manca la possibilità di un confronto preventivo), le Regioni contestano inoltre l’abolizione sia dell’esclusività della forma di caccia (si rischia di rendere più complessa l’attività di vigilanza), sia del riferimento alla prima decade di febbraio come termine ultimo per la fine della stagione venatoria.
Anche quest’aspetto, si legge nel documento, rischia di confliggere con la normativa comunitaria, come la decisione di fissare a 500 metri dalle colture il raggio per l’esercizio della caccia in deroga allo storno.
Infine, oltre a richiedere l’esclusione dello sciacallo dorato dall’elenco delle specie particolarmente protette (è necessario gestirlo, considerate la sua adattabilità e la sua espansione nel Nord Italia), le Regioni chiudono esprimendo perplessità per l’autorizzazione all’esercizio della braccata sulla neve, pratica che «rappresenta un grave pericolo per la sopravvivenza della piccola fauna stanziale» e si traduce in «abbattimenti indiscriminati e non selettivi, contrari ai principi di gestione faunistica».
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