Federcaccia dettaglia le critiche al piano faunistico-venatorio della Toscana

Federcaccia dettaglia le critiche al piano faunistico-venatorio della Toscana
© Piotr Krzeslak / shutterstock

La Federcaccia contesta il piano faunistico-venatorio adottato dalla giunta che governa la Toscana.

Il percorso d’adozione «non ha mai previsto un confronto reale» con le associazioni di cacciatori, che così non hanno potuto fronteggiare le pressioni «del Movimento 5 Stelle, del mondo agricolo e degli istituti privati» né evitare «un profondo stravolgimento del testo [uscito] dal consiglio regionale»: per la Federcaccia è questa la ragione principale per la quale il nuovo piano faunistico-venatorio della Toscana ha «ricadute pesanti» sul sistema pubblico di caccia.

Oltre alla «maggiore rigidità» nella definizione dei calendari, la Federcaccia contesta innanzitutto la riduzione numerica degli appostamenti fissi (in potenza interessati oltre 1.700), il possibile aumento delle aree protette, il divieto di usare munizioni in piombo in tutti i siti Zsc, Zps, Sic, Sir e nelle aree temporaneamente allagate – peraltro in questa direzione si muove anche la riforma della legge nazionale targata centrodestra -, l’obbligo di richiedere la valutazione d’incidenza per la costituzione degli istituti faunistici nei siti della rete Natura 2000 (si estende per 848.000 ettari, circa il 15% del territorio disponibile), dove si prevedono anche forti limitazioni alla caccia, e nelle zone limitrofe.

A ciò si aggiunge un indebolimento sostanziale del ruolo e delle funzioni degli Atc, scenario complicato dalla decisione di riconoscere agli ambientalisti il potere di vigilare sull’applicazione del piano e di favorire l’affidamento di Zrc e Zrv agli agricoltori.

Attenzione agli ungulati

La Federcaccia rintraccia problemi anche nella gestione degli ungulati: all’assenza di correttivi per la caccia di selezione ai cervidi (in alcuni areali il capriolo sta diminuendo) si associa la previsione di estendere la soglia massima di superficie boscata nelle aziende faunistico-venatorie (fino al 50%) e agrituristico-venatorie (fino al 70%). In questo modo nelle zone a gestione privata aumenterà lo spazio per gli ungulati, premessa per maggiori danni da risarcire negli Atc limitrofi.

Il cinghiale merita una serie di riflessioni a parte, visto che diventa non vocata alla specie qualsiasi area che comprenda superfici agricole, professionali o non, di almeno 25 ettari accorpati, nei quali si contano anche le porzioni boscate o cespugliate che le collegano o le circondano. Questa scelta, sostiene la Federcaccia, «rischia di produrre una frammentazione diffusa sul territorio», problema amplificato dalla revisione frequente e, nella rete Natura 2000, della riduzione della braccata a «ipotesi eccezionale».

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