“Il cinghiale italiano” è il nuovo libro di Roberto Mazzoni della Stella, Francesco Santilli e Iuri Fattorini, che propone un’argomentata difesa del Sus scrofa, della sua tradizione venatoria e del diritto di questo selvatico a una gestione degna di questo nome.
Il libro Il cinghiale italiano ha indubbiamente il merito di svolgere un’argomentata difesa del cinghiale e della sua tradizione venatoria, cioè della braccata. Gli autori, Roberto Mazzoni della Stella, Francesco Santilli e Iuri Fattorini, hanno raccolto una precisa documentazione tecnico-scientifica che contribuisce a individuare pratiche efficaci per la sua corretta gestione. La moderna ricerca sul patrimonio genetico dei cinghiali oggi presenti nella nostra Penisola ha dimostrato come sia del tutto legittimo parlare di cinghiale italiano. Il cosiddetto cinghiale maremmano, scientificamente definito Sus scrofa majori, è risultato infatti essere l’antenato dei nostri odierni cinghiali.
In altre parole, i ripopolamenti con i cinghiali dell’Europa orientale, così come gli incroci con i maiali domestici, pur essendo sicuramente avvenuti, non hanno alterato in misura significativa il corredo genetico dei cinghiali originari della Maremma. E questi ultimi si sono potuti diffondere in virtù di documentate immissioni avvenute nell’intera Penisola, impiegando esemplari appartenenti proprio alla sottospecie Sus scrofa majori, provenienti da un allevamento di cui si ignorava fino a oggi l’esistenza.
Dunque, un cinghiale mediterraneo, diverso da quello dell’Europa continentale, il cui boom demografico non si è verificato a causa delle sue ibridazioni, bensì in virtù delle favorevoli condizioni ecologiche venutasi a determinare, prima con il disuso dei boschi e del pascolo suino brado, poi con il progressivo abbandono dei terreni agricoli collinari e pedemontani.
La tradizione della caccia al cinghiale
La braccata al cinghiale, nella sua forma popolare, è una forma di caccia nata in Italia nella seconda metà dell’Ottocento, in Maremma e all’interno delle Colline Metallifere, a opera dei boscaioli. Come tale, essa rappresenta una tradizione venatoria italiana meritevole di riconoscimento e tutela. Al pari di altri Paesi europei, dove la braccata al cinghiale viene ritenuta in ambito scientifico come la forma più efficiente di caccia, anche in Italia dovrebbe ricevere identica attenzione e considerazione.
La braccata al cinghiale ha dimostrato infatti la sua capacità di saper conservare nel tempo le popolazioni di cinghiale proprio nelle aree dove è nata e in cui viene praticata, senza particolari problemi, ormai da circa un secolo e mezzo. Pertanto, molte delle accuse che vengono sovente, e da più parti, rivolte nei confronti della braccata al cinghiale per gli autori risultano essere, sulla base delle evidenze scientifiche oggi disponibili, in gran parte infondate.
Il maggiore problema della braccata al cinghiale risiede invece nel fatto che talvolta, e in certi contesti, la si impiega in modo inefficiente. E una caccia inefficiente finisce inevitabilmente per spalancare le porte al controllo, cioè all’abbattimento dei cinghiali fuori della stagione venatoria e con tecniche diverse dalla braccata.
Per una migliore gestione del cinghiale
Proprio la mancanza di una netta distinzione tra caccia e controllo, con la conseguente classificazione del territorio in due categorie, aree vocate e aree non vocate, è la causa di fondo dell’attuale pessima gestione del cinghiale in Italia.
In realtà l’intero territorio dovrebbe essere suddiviso in tre categorie. La prima, dove prevale il bosco, contiene le aree autenticamente vocate al cinghiale, nelle quali la braccata dovrebbe regnare sovrana. La seconda, dove convivono boschi e coltivi, con danni agricoli, comprende le aree vocate problematiche, dove la braccata dovrebbe essere impiegata in modo tale da ottenere un prelievo, durante la stagione della caccia, capace di evitare la successiva necessità di un’attività di controllo. La terza, le aree vocate alla piccola selvaggina stanziale, include le zone dove dovrebbe essere consentito il solo controllo, realizzato dagli stessi cacciatori di questi piccoli animali, in quanto gli unici realmente motivati alla rimozione del cinghiale, ossia di un predatore di nidi, uova e piccoli.
Un richiamo alla responsabilità
«Apprezzo particolarmente questo libro” scrive Luca Coletti nella prefazione “perché non si limita a una esaltazione nostalgica o acritica del mondo venatorio. Al contrario, è un lucido e severo richiamo alla responsabilità. Gli autori tracciano la strada per il futuro, che deve passare attraverso una gestione oculata e solidale da parte delle squadre, specialmente nelle aree meno vocate, per evitare interventi di controllo d’emergenza a stagione chiusa.
«La proposta politica presentata in queste pagine è chiara, coraggiosa e strutturata: assegnazione stabile ma responsabilizzante dei territori vocati alle squadre per contenere i danni agricoli; una nuova classificazione del territorio che riconosca le aree vocate alla piccola selvaggina stanziale (dove il cinghiale deve essere assente); e una rigorosa delimitazione della caccia di selezione e della girata alle sole aree problematiche.
«Il vero fulcro del cambiamento culturale che mi sento di sottoscrivere in pieno sta nel superamento di un vecchio modello assistenzialista: è tempo di passare dalla cultura dell’indennizzo a quella della prevenzione dei danni. Solo così potrà nascere una solida, strategica al-leanza tra agricoltori e cacciatori, le due sentinelle del nostro territorio rurale.
«In definitiva, questo libro è uno scudo a difesa della gestione sociale della caccia in Italia» conclude Coletti. «Un monito a non cedere alle sirene di privatizzazioni di stampo estero e a valorizzare il ruolo del cacciatore come bioregolatore e custode della biodiversità».
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