Il Partito democratico ha deciso di riformulare l’emendamento sulla composizione del comitato faunistico-venatorio, per garantire rappresentanza a tutte le associazioni venatorie senza però intaccare gli equilibri complessivi.
La presenza di tutte le associazioni venatorie può essere un valore da difendere, ma non deve produrre uno squilibrio numerico nei confronti delle altre categorie: è ispirandosi a questo principio che il Partito democratico ha deciso di riformulare il proprio emendamento sulla composizione del comitato faunistico-venatorio, che i relatori della riforma della legge sulla caccia puntano a cristallizzare nella configurazione attuale neutralizzando la possibile pronuncia sfavorevole della Corte costituzionale, interpellata dal Tar del Lazio dopo il ricorso dell’Arcicaccia.
Se tutte le associazioni venatorie riconosciute trovano spazio, è il senso della nuova formulazione, e dunque passano da tre a sette esponenti, è necessario aumentare anche il numero dei rappresentanti del governo (da due sei, tre per il ministero dell’Ambiente e altrettanti per quello dell’Agricoltura), delle Province, dell’Ispra e dell’Unione zoologica (da uno a tre in tutti i casi), delle organizzazioni agricole (da due a tre) e di protezione ambientale (da uno a quattro), e aggiungere un posto sia per le città metropolitane sia per il Club alpino, al momento esclusi. Resterebbe immutata la rappresentanza delle Regioni (tre) e – un nome per ogni sigla – di Enci, Enpa e Consiglio internazionale della caccia e della selvaggina.
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