Piccola selvaggina stanziale: dal ripopolamento all’irradiamento

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Mettendo in atto un’adeguata strategia, la produttività delle popolazioni di piccola selvaggina può crescere in modo esponenziale. Essa andrebbe applicata in primo luogo agli istituti faunistici pubblici: Zrc e Zrv. Creando nel territorio un reticolo di Zrc e Zrv ad elevata produttività faunistica, potremmo passare, sia pure gradualmente, dal tradizionale modello gestionale basato sul ripopolamento a un modello gestionale innovativo basato sull’irradiamento naturale

Nella caccia alla piccola selvaggina stanziale il ricorso al ripopolamento viene da lontano. E’ una pratica che nasce nelle vecchie riserve padronali di caccia quando, già a partire dagli anni ’30, non era più possibile fare fronte alle esigenze del carniere con la selvaggina selvatica. Il fagiano rappresenta indubbiamente la specie maggiormente utilizzata.

Fintanto la caccia rimane una semplice attività ricreativa svolta dal concessionario della riserva, dai suoi parenti più stretti e da una stretta cerchia di amici e conoscenti, sono sufficienti le lepri, le starne e i fagiani presenti. Ma quando, agli inizi degli anni ’60, si afferma la necessità di integrare il sempre più declinante reddito agricolo con qualche provento derivante dall’attività venatoria, ecco che il ricorso all’immissione di grandi quantitativi di fagiani diventa inevitabile. Poi, con il passare degli anni, declinando in misura sempre più marcata anche le starne e successivamente anche le lepri, la pratica del ripopolamento finisce per coinvolgere anche queste specie.

Nel cosiddetto territorio libero la rarefazione della selvaggina incomincia già a manifestarsi negli anni del secondo dopoguerra. Nascono allora, su iniziativa spontanea dei cacciatori, le zone di ripopolamento e cattura. Ma la selvaggina catturata, per quanto assai copiosa, non appare sufficiente: il crescente numero dei cacciatori fa sì che già alla fine degli anni ’60 si faccia ricorso all’immissione di crescenti quantità di fagiani, starne e lepri.

Con il drammatico declino della produttività delle zone di ripopolamento e cattura, e siamo a giorni nostri, il ricorso all’immissione di selvaggina allevata in cattività diventa di fatto l’unico strumento per ripopolare i territori di caccia.

Gli effetti sui carnieri

Ma tutta questa frenetica attività di ripopolamento che effetti ha sui carnieri? Fior di ricerche e studi hanno dimostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, come questi ripopolamenti abbiano un ritorno, in termini di selvaggina abbattuta rispetto a quella immessa, a dir poco deludente. Come gli stessi cacciatori appassionati di piccola selvaggina ben sanno per diretta esperienza, la caccia alla piccola selvaggina stanziale non solo è misera nelle quantità, ma dura anche solo pochissimi giorni: quelli immediatamente successivi all’apertura della stagione venatoria. Trascorso questo più o meno breve periodo, la caccia alla piccola selvaggina stanziale, fatta salva qualche rarissima eccezione, chiude infatti letteralmente i battenti.

Quali le ragioni di questa triste realtà? Il primo punto da tenere presente, al di là della qualità dei soggetti liberati, è che il cosiddetto territorio libero è oggi un territorio totalmente non gestito. In esso i predatori la fanno da padroni. A quelli tradizionali e naturali, come volpe e corvidi, sono andati ad aggiungersi altri micidiali predatori: si pensi, ad esempio, al ruolo predatorio giocato dai cinghiali e in particolare dalle scrofe, in primavera al momento della riproduzione, nei confronti dei nidi, dei pulcini, delle fagiane, dei leprotti e delle stesse lepri. Si tenga altresì presente la presenza di lupi, per non parlare dei cani e dei gatti rinselvatichiti. Insomma, e gli studi a questo proposito sono di una chiarezza che non ammette repliche, la predazione gioca un ruolo di assoluta rilevanza. Gran parte della selvaggina immessa, sia essa selvatica o allevata, finisce inevitabilmente nella pancia dei predatori. Ovviamente, la selvaggina allevata in cattività, data la sua totale incapacità nel sottrarsi alla predazione, è il boccone di gran lunga preferito. Ragione per la quale, purtroppo, si fa sempre più ricorso a una pratica venatoria degradante come la cosiddetta pronta-caccia: non c’è tempo da perdere, la predazione non dà scampo!

L’alternativa esiste

Ma siamo proprio sicuri che non esista un’alternativa al ripopolamento che non sia quella della pronta-caccia? Innanzitutto, non è assolutamente vero che non si possa migliorare la riproduzione naturale della piccola selvaggina stanziale. Ci sono prove concrete che dimostrano come la partita può essere vinta alla grande attuando una strategia basata sulla contemporanea realizzazione di mirati miglioramenti ambientali e interventi di contenimento dei predatori.

Quando si parla di miglioramenti ambientali, non si deve però pensare al banale campetto a perdere. Questo tipo di intervento può risultare utile in una azienda faunistico-venatoria per cacciarvi i fagiani, ma non certo per sostenere l’alimentazione delle fagiane nel periodo che precede la riproduzione. Eppure il fatto che le femmine possano giungere la momento della deposizione delle uova in perfette condizioni fisiche è di assoluta importanza ai fini del successo riproduttivo delle stesse. Quindi la cosa più utile da fare è pianificare il foraggiamento dei fagiani per l’intero anno.

Ma i campetti a perdere non servono neppure per incentivare la nidificazione. Per favorire realmente tanto la riproduzione delle fagiane quanto quella delle lepri, occorre infatti realizzare una strategia fondata sulla realizzazione di strisce, strette e lunghe, idonee a favorire la nidificazione, i parti e l’alimentazione dei piccoli. Occorre ispirarsi in qualche modo alla vecchia campagna, nella quale le prese di cereali e erbe leguminose si succedevano le une alle altre. Questa disposizione, creando una successione di habitat di alimentazione e ambienti di rifugio, esalta le potenzialità riproduttive di specie come lepre e fagiano. Gli interventi a striscia sono inoltre essenziali per affrontare con successo l’incolto, cioè quella sorta di prateria selvaggia indotta, soprattutto negli ambienti collinari, dalla crisi della cerealicoltura successiva alle modificazioni introdotte dalla Politica Agricola Comunitaria nel regime degli incentivi a favore di un’agricoltura estensiva.

Ma i miglioramenti ambientali, per quanto realizzati con intelligenza, possono da soli ribaltare la frittata? Assolutamente no! Essi, per risultare davvero efficaci, devono essere accompagnati da un adeguato contenimento della predazione. E anche nel campo del controllo dei predatori occorre innovare. Oggi sono a diposizione tecniche e strategie di facile e divertente applicazione per prevenire i guasti che i predatori arrecano alla riproduzione naturale.

In sintesi, mettendo in atto un’adeguata strategia, la produttività delle popolazioni di piccola selvaggina può crescere in modo esponenziale. Essa andrebbe dunque applicata in primo luogo agli istituti faunistici pubblici: zone ripopolamento e cattura e zone di rispetto venatorio.

Un modello gestionale innovativo

Creando nel territorio un reticolo di zrc e zrv ad elevata produttività faunistica, potremmo passare, sia pure gradualmente, dal tradizionale modello gestionale basato sul ripopolamento a un modello gestionale innovativo basato sull’irradiamento naturale. In altre parole, gli istituti faunistici pubblici dovrebbero essere pensati e gestiti come una sorta di gocciolatoi, dai quali la piccola selvaggina dovrebbe uscire spontaneamente a gocce. Le zrc, salvo motivate eccezioni, dovrebbero avere una superficie intorno ai 500 ettari ed essere destinate esclusivamente alla produzione di selvaggina naturale. Le zrv, invece, potrebbero avere una dimensione compresa tra i 150 e i 300 ettari, ed essere destinate al corretto ambientamento della selvaggina allevata in cattività tramite l’impiego di idonee tecniche, cioè mediante recinti elettrificati adeguatamene coltivati per favorire l’alimentazione naturale di soggetti di giovane età scarsamente influenzati dall’allevamento.

I confini delle zrc e delle zrv dovrebbero, inoltre, essere perfettamente cacciabili in totale sicurezza. A tal fine dovrebbero essere privilegiati i confini posti lungo le rive dei corsi d’acqua e i sentieri di campagna, evitando per quanto possibile strade asfaltate, ferrovie. Gli ambienti presenti all’interno di questi istituti dovrebbero essere coltivati, sempre per quanto possibile, in modo promiscuo, con alternanza tra colture cerealicole e prative. Inoltre, dovrebbero avere una presenza del bosco non superiore al 10-20%, al fine di evitare un’eccessiva presenza di predatori e cinghiali. La distanza tra un istituto e l’altro dovrebbe essere compresa tra i 500 e i 1.000 metri, in modo da offrire al singolo cacciatore più opportunità di caccia pur muovendosi entro un ragionevole raggio d’azione.

Quali notevoli vantaggi pratici potrebbe comportare la creazione di un siffatto reticolo per l’irradiamento?

Primo: offrirebbe un’attività venatoria prolungata all’intera stagione venatoria. L’irradiamento, infatti, garantisce pressoché identiche possibilità di imbattersi in una preda dal primo fino all’ultimo giorno di caccia.

Secondo: con l’apertura della caccia al cinghiale, il diminuito disturbo venatorio intorno agli istituti determinerebbe condizioni di maggiori probabilità di prelievo proprio a beneficio dei più autentici appassionati di piccola selvaggina.

Terzo: ogni cacciatore avrebbe l’opportunità di svolgere la propria attività senza dare né ricevere alcun tipo di disturbo da parte di altri cacciatori.

Quarto: eviterebbe qualsiasi spreco di selvaggina, in quanto quest’ultima rimarrebbe fino al momento del prelievo all’interno di un ambiente attivamente gestito, al riparo dalle insidie dei predatori.

Quinto: al termine della stagione venatoria residuerebbe un patrimonio capace di riprodursi con successo nella successiva primavera e quindi capace, sia pure gradualmente, di rendere superfluo il ricorso a immissioni di selvaggina allevata.

Insomma, potenzialmente i vantaggi sarebbero davvero notevoli, si tratterebbe solo di avere il coraggio di intraprendere delle prime esperienze pilota.