In attesa della pubblicazione del testo sulla Gazzetta ufficiale, alcune verifiche consentono di capire in che modo il decreto sulla pubblica amministrazione interviene sulla composizione del comitato faunistico-venatorio nazionale.
Se il testo uscito dalla sala del consiglio dei ministri coincide con la bozza – per saperlo con certezza occorre attenderne la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, ma verifiche incrociate depongono in questo senso – il decreto legge approvato dal governo Meloni modifica soltanto due profili – entrambi centrali però – della configurazione che il comitato faunistico-venatorio nazionale ha assunto dopo il ripristino datato 2023.
La prima novità è formale: per dare maggiore stabilità all’organismo, che il ricorso dell’Arcicaccia ha d’un tratto rivelato fragile, il governo ha deciso di disciplinarne esistenza, poteri e funzionamento non più, com’è ora, con un decreto ministeriale, ma con una modifica della legge 157/92 – si ricorderanno i rilievi del Consiglio di Stato sui rischi della cosiddetta delegificazione.
La seconda ha un interesse diretto per i cacciatori: se il testo ufficiale confermerà le anticipazioni, il testo disporrà che del comitato facciano parte i tre esponenti delle associazioni venatorie – lo stesso varrà per i due di quelle agricole – «maggiormente rappresentative [per] numero di associati a livello nazionale».
In questa direzione la maggioranza aveva già tentato di muoversi durante la discussione del ddl caccia al Senato; ma, senza dare troppe spiegazioni, dopo averlo formulato i relatori ritirarono l’emendamento che Christian Maffei, presidente nazionale dell’Arcicaccia, aveva designato come «una scorrettezza».
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