Cinghiale che passione n.3 Aprile-Maggio 2019

Editoriale

Correlazioni pericolose

Con il termine “link”, varie discipline come psichiatria, criminologia e scienze investigative indicano la correlazione che esisterebbe tra il maltrattamento degli animali e la violenza interpersonale. Stalking, violenza domestica, omicidio, bullismo, stupro, pedofilia, traffico di droga, casi di malavita organizzata e di pericolosità sociale in senso lato troverebbero conferma, in chi li commette, da pregressi e continui atti di violenza sadica e immotivata sugli animali. L’Associazione Link Italia, fondata nel 2009, studia il fenomeno e dà voce a un movimento di pensiero che ai nostri tempi non fatica a fare proseliti. Come riportato in un articolo di National Geographic Italia di pochi mesi fa, sarebbero “oramai numerosissime le ricerche che provano che la violenza esercitata sugli animali, oltre a essere un atto da contrastare e condannare di per sé, può essere la manifestazione di una situazione esistenziale patologica, o un fenomeno predittivo di condotte devianti che possono andare in escalation e sfociare nel vandalismo, nell’aggressione fisica o psicologica alle persone, ed eventualmente nel furto, nella violenza sessuale e in casi estremi nell’omicidio”. E ancora, secondo i dati raccolti nelle carceri, “il 90% di chi ha commesso reati sessuali ha visto maltrattare, maltrattato e/o ucciso animali da minorenne, un dato che arriva al 98% nel caso di detenuti connessi alla criminalità organizzata”. Sono dati che vanno presi con la dovuta cautela (non a caso vengono spesso utilizzati in maniera acritica dalle campagne animaliste) ma che aprono ad alcune riflessioni.

Non è mia intenzione contestare le statistiche di queste ricerche – non ho dati alternativi da opporre – ma certamente evidenziare il vizio ideologico che le anima ed evidenziare i rischi che in un futuro prossimo l’atto venatorio possa essere accomunato a un atto di maltrattamento. Correlazione che numerose associazioni ambientaliste praticano da tempo. Non vorrei, in questo clima politicamente corretto e di asservimento a una morale comune piuttosto decadente, che ragionamenti di questo genere potessero diventare l’ennesimo grimaldello per attaccare noi e la nostra passione.

Va però detto che ci sono alcune condotte del mondo venatorio che trovo inaccettabili. Mi riferisco all’approccio di molti alla questione-lupo e alla giustificazione di atti che non dovrebbero mai trovare accondiscendenza nel nostro mondo: avvelenamenti, impiccagioni ai cartelli stradali, animali mutilati e abbandonati. Data la scarsità dei casi conclusisi con l’identificazione e la condanna del colpevole, è difficile scattare una fotografia realistica del fenomeno; non credo però di allontanarmi troppo dal vero nell’affermare che questi vengono perpetrati da chi ha un primario interesse economico nella (mancata) gestione del lupo, liberando quindi il cacciatore da una responsabilità non sua. Resta però il fatto che anche tra di noi il lupo crea un certo disagio.

Negli ultimi 70 anni il territorio nazionale ha visto la perdita di 12 milioni di ettari di terre agricole, compensata dalla crescita della superficie boscata, che è quasi triplicata. Nel frattempo sono stati abbandonati molti frutteti e si è così venuto a creare un habitat ideale per la crescita e l’espansione di tutti gli ungulati. In particolare del cinghiale, che è la specie preferita dal lupo, soprattutto nella classe dei subadulti, non più difesa dalle scrofe e che ancora non si difende efficacemente in maniera autonoma. Il lupo ha quindi ricolonizzato vaste aree, iniziando la cavalcata che lo ha portato a riconquistare velocemente tutto l’arco appenninico, per arrivare ad affacciarsi sulle Alpi marittime nel 1992. E da qui continua la sua espansione, sia in territorio francese sia lungo l’arco alpino centrale e orientale, che si conclude simbolicamente con il ricongiungimento con la popolazione di lupo dinarico, avvenuta sui Monti Lessini nel 2012. Siamo ora giunti alla terza fase della sua espansione in Italia, che vede una sostanziale saturazione delle aree vocate e l’insediamento in contesti una volta inimmaginabili con il palesarsi di problemi anche questi inimmaginabili solo pochi decenni fa. La competizione con l’uomo ha portato conflittualità e reazioni di allarme non solo tra le categorie economicamente interessate dalla sua presenza. La mancanza di un monitoraggio adeguato e di stime attendibili, l’aver trasformato la specie in una sorta di totem delle battaglie animaliste e l’inerzia delle istituzioni hanno ingigantito la questione, che ora però sembra essere tornata all’ordine del giorno delle istituzioni. Rompere gli schemi ideologici finora utilizzati per interpretare il caso-lupo è necessario se non fondamentale. E può essere la chiave per restituire dignità al cacciatore. A noi che, nella stragrande maggioranza dei casi, l’ambiente lo amiamo perché da esso facciamo dipendere il nostro benessere mentale. E non siamo quei biechi sanguinari che la propaganda avversa vuol far credere.

Matteo Brogi