Caccia con il cane da ferma: naso a terra

cane da ferma

Un cane da ferma con il naso a terra. Orrore? Anche no. Perché un fermista che non identifichi una passata o una sosta oppure una pastura, non servirà a nessun detentore di licenza.

“Fai male a non dare importanza a dove butta il naso la tua cagna, vieni a guardare cosa c’è”. E mi mostra col dito la fatta di una beccaccia. Lo guardo mentre mi sorride benevolo e consapevole che io di questa caccia capisco ancora poco e di cani, nonostante il gran leggere, il gran studiare e il molto frequentare gli ambienti cinofili, ancora meno.

Gli sorrido anche io e mi giustifico. “Sai, Franco, è una cagna giovane, ancora non mi fido di lei, penso sempre che si distragga con le emanazioni”.

“Fai male a non fidarti Lorenzo, questa è brava! E ha capito cosa stiamo cercando. Fa già i giri giusti, passa sui posti buoni. Tu ancora non li conosci, ma io sì e lo vedo dove lei va a mettere i piedi”. E partiamo per cercare la produttrice di quella chiazza biancastra che non si è neppure degnata di pulirsi con la carta o con uno sbrigativo bidet.

Il cane da ferma deve identificare la passata

Intanto penso ai fastidiosi “via,via!” che sento urlare nei campi di addestramento e agli annuali dove veniva spiegato di non lasciare che il cane indugiasse col naso a terra, pena la perdita delle preziose caratteristiche del fermatore classico.

Certo, un cane da ferma che utilizza la traccia come un segugio non potrà mai trattare il selvatico in modo consono, perché lo investirà sistematicamente. Ma un fermista che non identifichi – ho scritto identifichi – una passata o una sosta oppure una pastura, non servirà a nessun detentore di licenza. Brio percepiva le passate, ma non lo dava a vedere. Si tradiva per il suo percettibile cambio di azione, di percorso, di postura e per l’insistenza nella perlustrazione. Arno invece era molto scondinzolatore sulle pasture, pareva invitarti a una festa. Lui sì che era vistoso e di facile interpretazione, anche per il più ciolla dei neofiti, quorum ego. Certo, una volta assodata la presenza recente nei paraggi, anche il comportamento di Arno cambiava e il contatto successivo con la preda aveva i connotati dell’ortodossia.

Allora qual è il problema?

Quindi quale è il problema se il mio bracco o il mio pointer si sofferma sulle vestigia del selvatico? Lo deve fare! Se le trascura, vuol dire che non ne ha capito l’importanza. Sono la strada della selvaggina. Sono il segno di una presenza più o meno recente. Sono il consiglio a soffermarsi, a cercare meglio, a risalire il percorso, a individuare l’anfratto, a incrementare le cautele, a intensificare l’analisi.

Il cane è un’esposizione di istinti, di modelli comportamentali ereditati che si manifestano e che nessun addestramento indotto potrà modificare. Lo so benissimo che puoi far fermare anche un levriero o far eseguire un percorso ordinato anche al cane più scellerato, ma questi trucchi imposti potranno durare il tempo di un turno di prova, quando il cane ha ancora fresche nel ricordo (e nelle membra) le pastoie di un dressaggio impositivo.

Il cane deve essere naturalmente bravo

A caccia ogni manipolazione coatta si sbriciola e il cane deve essere “naturalmente” bravo, cioè in possesso di tutti quei requisiti che, con l’affinamento dell’esperienza, lo rendono utile al cacciatore. Mi piace vedere i cani giovani che buttano il naso a terra sulle pasture dei beccaccini, che si interessano a quell’odore nuovo ed eccitante e che poi si impostano nella cerca e ti sparano le prime ferme. E poi cominciano le filate e le risalite sempre più lunghe man mano che l’esperienza su queste bestie capricciose si fa sempre più densa. A questi cani non ho mai urlato “via,via!”

E i quagliardi? Il cane ferma, rompe, non risolve. Riferma ancora, più corto, quasi a martelletto, e quello (il quagliardo) non c’è più. Allora s’imbestia, butta il naso a terra, ne piglia la passata e cerca di arrivare al contatto della ciccia puzzolente, ma intanto l’aria gli porta l’emanazione diretta: riferma, accosta prudente a vento e lo chiude. Quando finalmente vola, prova con un balzo ad acchiapparlo.

Dove ha sbagliato il cane? Doveva forse riprendere la cerca e passare al prossimo? Dovevamo legarlo, portarlo indietro a buon vento e rilanciarlo, ripetendo il teatrino più e più volte finché il pulcinotto, consenziente, acconsentisse a farsi fermare per fare la foto? Ma andate a scopare il mare!

Le prove non sono la caccia

Ma le prove? In una prova di lavoro mica puoi fermarti a tartufare col naso in terra! Certo, lo sappiamo tutti. Infatti i cani da prove non lo sanno neppure che cos’è una passata, a meno che non siano stati a caccia per almeno una stagione. India ha imparato al volo quale ritmo tenere in prova e quale fosse la sintesi da adottare in quei giochi stereotipati che sono le prove di lavoro per cani da ferma. Quando vai a quella velocità le emanazioni flebili le trascuri per la semplice e logica impossibilità che hai nell’acquisirle e fermi il selvatico che trovi sul percorso imposto. Ma il cane da caccia prestato alle competizioni cinofile impara anche a derogare dai lacci francesi per allungare o ripiegare nei ricoveri che ha imparato essere farciti di gustose presenze. E va a punto. Più volte. Senza tergiversare. Lasciando ai meschini geometri il tecnigrafo.

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