Per Ab della riforma della legge sulla caccia gli animalisti temono «il cambio di paradigma»

Per Ab della riforma della legge sulla caccia gli animalisti temono «il cambio di paradigma» - cinghiale mangia in campo coltivato
© Dariusz Banaszuk / shutterstock

AgriBio, una delle associazioni che rappresentano gli istituti faunistici privati, ritiene che Lav, Lac, Lipu e Wwf temano il legame tra caccia e agricoltura consolidato dalla riforma della legge 157/92.

Sui propri profili social tante associazioni ambientaliste e animaliste, tra le quali spiccano Lav, Lac, Lipu e Wwf, stanno descrivendo la riforma della legge sulla caccia (al Senato proseguono i lavori in commissione, dove resta da esaminare un terzo degli articoli con i relativi emendamenti) con i toni tipici «dell’emergenza assoluta», come in prossimità «di un’apocalisse imminente»: per Ab – o AgriBio, una delle sigle che rappresentano gli istituti faunistici privati – questa scelta «sembra avere uno scopo primario, generare indignazione» anziché informare correttamente.

Solo così si spiega uno schema comunicativo che s’incerniera su tre cardini: linguaggio estremizzato (si dipinge la proposta «come un atto criminale contro la natura»), semplificazione assoluta del contesto, che invece reclama un aggiornamento della 157/92, appello all’emotività.

In realtà, sostiene Ab, a spaventare animalisti e ambientalisti è «il cambio di paradigma» su cui s’incentra la riforma, che preso atto che non si può più lasciare la gestione faunistica «a logiche aprioristicamente conservative», ma che si deve tenere conto «della sostenibilità economica delle zone rurali», riconosce la necessità di una stretta collaborazione tra l’agricoltura e la caccia, considerata «uno strumento essenziale per tutelare le produzioni e la fisionomia del paesaggio».

Il parlamento, segnala Ab, sta «semplicemente facendo il proprio lavoro», che passa dall’esame del testo e dal voto delle modifiche proposte sia dai relatori sia dalle opposizioni: è scorretto considerare valida la procedura – peraltro il mondo animalista e ambientalista ha combattuto perché le commissioni del Senato lavorassero in sede referente anziché redigente, scelta che avrebbe accorciato i tempi – «soltanto se il risultato finale coincide [con quello desiderato]».

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