Ricaricare per la caccia

La ricarica domestica delle cartucce da carabina è, nella stragrande maggioranza dei casi, intesa all’attività di poligono. Vediamo invece su quali punti è necessario focalizzarsi per una ricarica destinata all’attività venatoria che si avvicini al massimo della perfezione

ricarica carabina caccia
Carabina Ruger Number 1 in .270 Weatherby

Che la ricarica sia maggiormente praticata tra i tiratori che tra i cacciatori non solo è palese, ma addirittura naturale: l’elevato numero di colpi esplosi durante l’anno, la necessità di costanza nelle prestazioni la rendono vantaggiosa dal punto di vista economico e organizzativo e la ricerca della massima precisione rende proficua l’ottimizzazione della dieta della nostra arma. Senza contare che in alcune specifiche discipline come il long range è necessario, o perlomeno molto utile, prodursi in prestazioni che siano al di sopra degli standard velocitari e pressori e caricare quindi cartucce che di per sé non sarebbero commerciabili, perlomeno in Europa. Ma, stabilito questo, vediamo quello che è necessario per una buona ricarica da caccia. Prima di tutto non importa che sia in assoluto la più precisa: deve fornire le migliori prestazioni possibili con quella palla che vogliamo utilizzare, raggiungendo il miglior compromesso tra velocità e accuratezza. Ma soprattutto la perfetta cartuccia da caccia deve essere il più costante possibile, e per questo si consigliano alcuni punti importanti.

Considerazioni essenziali

1) Utilizzare sempre full die che ricalibrino il bossolo completamente. A volte i collet (o neck) danno un po’ di precisione in più, ma una buona ricalibratura completa garantisce ottima costanza eliminando colpi erratici. Inoltre, ci saranno benefici sulla scorrevolezza dei meccanismi con vantaggi sulla velocità di ripetizione del colpo; anche nella caccia di selezione, dove se va tutto bene l’azione si risolve con un solo colpo, nel malaugurato caso dovessimo doppiarlo, dovremo poterlo fare nel minor tempo possibile, e avere munizioni che non sforzino renderà più rapido e fluido il movimento. Di conseguenza, noi saremo più veloci e ci scomporremo meno.

2) Studiare bene l’OAL della cartuccia e ricordarsi sempre che, soprattutto nei magnum, un free boring lungo, che quindi ci fa lasciare la palla un po’ distante dalle righe, aiuta a tenere basse le pressioni, soprattutto i picchi iniziali. E questo per una carica da caccia, che solitamente è piuttosto spinta, è cosa buona e giusta.

3) Scegliere una polvere costante: le bibasiche devono avere preferenza, quando è possibile utilizzarle. Sono gli stessi produttori a consigliarle; è vero che in alcuni casi (ma non sempre) sono altrettanto precise delle loro omologhe monobasiche e che scaldano maggiormente la canna, ma è dettaglio ininfluente a caccia, dove invece ripagano della loro costanza agli sbalzi di temperatura che possono essere elevati sia tra una stagione e un’altra (caccia estiva contro caccia invernale), sia, in certi ambienti, anche durante il giorno: senza andare in Africa, in certe zone di Appennino montano tra il giorno pieno e l’alba ci possono essere anche 20° di differenza.

La ricerca del massimo

Prima si è accennato al discorso della palla: bisogna non soffermarsi a scegliere quella più precisa, ma quella che per peso e prestazioni, garantite dalla sua struttura, riesce a darci maggiori certezze di risultato. Con questo non si vuole dire che la precisione sia un aspetto trascurabile, ma sicuramente è secondario: le ogive attuali hanno tutte un potenziale di accuratezza ben superiore a quello di cui abbiamo realmente bisogno a caccia, almeno nel 99% dei casi, quindi è inutile rovinarsi il fegato. Poi per carità, per sfida personale e tranquillità psicologica è giustissimo cercare la combinazione migliore ma, dal punto di vista pratico, le priorità sono altre.

La velocità massima ottenibile è la migliore? Non sempre, forse anche quasi mai. È giusto cercare il massimo delle prestazioni. E quando si parla di massimo si intende per efficacia che non sempre corrisponde al massimo della velocità raggiungibile. Tutte le palle hanno un range velocitario in cui rendono al 100%: al di sotto di quella soglia non lavorano, al di sopra rischiano di creare problemi. L’eccessiva deformazione della palla può infatti causare insufficiente penetrazione nel peggiore dei casi o, comunque, una minore cessione di energia, perché la parte soggetta a espansione tende a chiudersi troppo o troppo in fretta, riducendo di fatto la quantità e, soprattutto, la tempistica in cui l’energia viene ceduta. Quindi si considera abbastanza inutile inseguire gli ultimi 20 m/s di velocità compromettendo controllabilità dell’arma, costanza nel rendimento (le pressioni si riavvicinano al limite, o magari lo superano) e magari anche precisione che, pur se non prioritaria, è comunque utile e rassicurante. La spasmodica ricerca di velocità è inutile se non dannosa soprattutto in due frangenti: quando carichiamo munizioni magnum, che di velocità ed energia hanno in esubero, e quando si caricano cartucce per la caccia in battuta o comunque in bosco, dove le distanze sono ravvicinate e quindi la velocità è elevata in ogni caso.

Se volete passare alla sponda delle monolitiche, le prescrizioni sono più o meno le stesse; quello che conta valutare è il discorso delle pressioni. Visto che hanno impostazioni molto diverse, ci sono palle, tendenzialmente quelle che hanno anelli di ingaggio delle rigature, che generano pressioni inferiori di quelle tradizionali, e altre, quelle a superficie piena, che ne sviluppano di più. Altre, quelle con solchi di scarico, si comportano più o meno come quelle tradizionali. Quindi, tendenzialmente ci sarà un lavoro di ricerca maggiore, visto che abbiamo a disposizione uno storico acclarato di gran lunga inferiore.

Un’ultima piccola nota sulla conservazione delle cartucce caricate: non ci sono prescrizioni particolari rispetto a quelle commerciali. Visto però che possono rimanere in giacenza per un po’ di tempo, per evitare confusione vale la pena di ricordarsi di scrivere sulla scatola i riferimenti della combinazione: il motto “tanto me lo ricordo” funziona per qualche mese, poi l’oblio si mangia tutto. Quando si caricano diverse dosi per delle prove, è utile scrivere la combinazione (almeno la polvere e la quantità) direttamente sul bossolo con un pennarello indelebile, in modo da evitare confusioni. Bisogna evitare ovviamente e comunque sbalzi termici eccessivi e, naturalmente, l’umidità, nemico numero uno di qualsiasi munizione.

Scheda tecnica

  • Calibro: 270 Weatherby Magnum
  • Diametro massimo del proiettile: 7,03 mm (.277”)
  • Lunghezza massima della cartuccia: 82,55 mm
  • Lunghezza massima del bossolo: 64,74 mm (trimmatura consigliata a 64,5 mm)
  • Angolo di spalla: R 3,175mm/ R3,9 6mm
  • Diametro del colletto: 7,74 mm
  • Diametro del fondello: 13,46 mm
  • Pressioni di esercizio: 4.400 Bar
  • Tipologia di inneschi: Large Rifle Magnum
  • Passo di rigatura tipico: 1-10” (1 giro in 254 mm)

Focus
Il calibro .270 Weatherby Magnum

Nato nel 1943, il .270 Weatherby Magnum è, nella realtà dei fatti, il primo calibro Weatherby. È considerato uno dei migliori da tanti esperti, ma forse il più quotato per tesserne le lodi è Ed Weatherby, presidente della Weatherby Inc. e figlio del grande Roy. È una cameratura che, per quanto esuberante, è comunque molto equilibrata, precisa e, tutto sommato, dolce alla spalla. Mediamente ha reazioni più delicate del 7 Remington Magnum a cui, nelle prestazioni, è sovrapponibile. Non è un micetto che fa le fusa ma, in una carabina di peso convenzionale, è ben gestibile anche senza il freno di bocca; e per le prestazioni offerte,non è poco. Ha il vantaggio di avere lunghezza standard – quella del 7 Remington Magnum, per intenderci, che poi è l’ingombro totale del .30-06 – in modo da non necessitare di azioni magnum, risparmiando peso e ingombro. È basato sul bossolo del .300 H&H Magnum, con spalla corretta col solito doppio raggio Venturi e poi accorciato. Come tutti i calibri Weatherby, rende al meglio con canne di almeno 650 millimetri.

Tiri lunghi

Per sua natura è un calibro che rende giustizia di sé nei tiri lunghi: grandi pianure o montagna; sicuramente una delle migliori camerature per camosci e mufloni sulle Alpi. Con la palla giusta se la cava bene anche sul corto (altana), però chiaramente non è ciò per cui è nato. Dal punto di vista dei selvatici i limiti sono pochi: con la palla giusta cervi, cinghiali non sono un problema e, se adeguatamente dura, anche gli esemplari più piccoli come i caprioli non verranno devastati eccessivamente. Se non volete usare monolitiche, si raccomanda almeno una bonded premium per avere il massimo dell’efficacia.

Le ricariche

Come si diceva, il .270 Weatherby è una cameratura che addirittura necessita il full body sizing, ossia la ricalibratura totale. Attenzione però a non esagerare: come tutti i belted (cinturati) fa head-space sul belt. E quindi con una calibratura troppo violenta, la vita del bossolo si accorcia per l’eccessivo stress. L’uso di inneschi magnum è fortemente consigliato, se non obbligatorio..270 Weatherby Magnum

Le ricariche indicate nel testo sono sicure, ricontrollate e testate più volte nelle armi dell’autore, che sono in perfette condizioni e ben manutenute. In nessun caso né l’autore né la redazione si assumono alcuna responsabilità in caso di danni dovuti a un allestimento improprio della cartuccia o per l’utilizzo in armi inadeguate.