Le associazioni venatorie riunite nella cabina di regia hanno scritto a Mattarella, segnalandogli che la discussione sul ddl caccia «ha progressivamente assunto caratteri che travalicano il normale dibattito democratico».
Dietro l’opposizione alla riforma della legge 157/92 emerge il tentativo di affermare «una concezione esclusivamente contemplativa del rapporto tra uomo e ambiente» e di negare la funzione gestionale, produttiva e culturale delle attività che caratterizzano la vita nel mondo rurale: sulla base di questa convinzione le associazioni venatorie riunite nella cabina di regia (ne fanno parte Federcaccia, Enalcaccia, Libera Caccia, Anuu migratoristi, Arcicaccia, Italcaccia e il Cncn) hanno scritto a Sergio Mattarella, chiedendogli di sottolineare la centralità sia del contraddittorio nell’informazione, in particolare della Rai, sia «dei principi del rispetto reciproco, del pluralismo e della piena dignità» di ogni componente della società italiana.
Al presidente della Repubblica le associazioni venatorie, che per mantenere alta l’attenzione delle istituzioni su un confronto che «ha progressivamente assunto caratteri che travalicano il normale dibattito democratico» si erano già rivolte a Giorgia Meloni, segnalano una serie di ricostruzioni inesatte e di notizie false, che hanno trasformato il dibattito in una campagna di legittimazione della caccia e di chi vive e lavora nel territorio rurale e lo presidia quotidianamente.
Lo scenario è un clima di ostilità nei confronti dei cacciatori, «spesso rappresentati come una minoranza priva di legittimazione sociale solo in ragione della propria consistenza numerica», quando in realtà sono «parte integrante della più ampia comunità delle aree rurali»: in questo modo, si chiude la nota che dà conto della lettera, si alimenta la distanza tra città e campagna, «marginalizzando una parte importante della società italiana».
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