Caccia al cinghiale con il cirneco: una proposta di altri tempi

Cirneco

Negli anni Trenta del secolo scorso il dibattito sui cani da cinghiale era accanito. Si può imparare dal passato? Sicuramente sì, specie se la questione è ancora attuale.

Siamo nel 2019 ed è ancora vivissimo il dibattito su quale sia la miglior razza di cane da cinghiale. Altrettanto vivace è la discussione su come debba essere un buon soggetto. Ovviamente non tutti i cinghialai si interessano alla questione, c’è chi si limita ancora ad aizzare dietro al suide quello che ha in casa senza farsi domande sulla razza di appartenenza e sulle qualità. Per invece la questione è molto più sottile, anche se non dibattuta come avviene per altre tipologie di cani. E non è nemmeno una questione nuova, dato che se ne parla dagli anni Trenta. Alcuni cinofili dell’epoca proponevano la creazione di una razza autoctona per la caccia al cinghiale. Tra questi spicca David Lenzi che aveva ideato un progetto di razza che sarebbe dovuto partire dai cani usati per la caccia al cinghiale in Maremma. Altri, tra cui Amoretti, sostenevano che una razza italiana adatta a questo scopo esisteva già e si chiamava segugio italiano. Come si intuisce, il progetto di Lenzi era corretto: la sua idea si concretizzata nel segugio maremmano. Amoretti invece aveva torto: il segugio italiano non è mai stato trasformato in una razza da cinghiale.

La questione dei cani da cinghiale era molto accesa anche all’estero: alle Hawaii si cercava di selezionare una razza specializzata in questa caccia, mentre in Europa si cercava di capire quali tra le razze già esistenti fosse la più adatta. Si prendevano in considerazione anche le razze più disparate: nel 1935, sul numero di luglio – agosto di Rassegna Cinofila, organo ufficiale del Kennel Club italiano, qualcuno scriveva di cirnechi dell’Etna. L’articolo è firmato con lo pseudonimo Tintamare che compare in calce a tanti altri, ma si è in grado di risalire al vero nome dell’autore. Supposizione: questo autore cercava di creare scompiglio con i suoi articoli. Lo pseudonimo Tintamare potrebbe infatti venire dal francese Tintamarre, ossia scompiglio.

I primi passi del cinghiale in Italia

Del resto non è da tutti tirare in ballo il cirneco in relazione al cinghiale. L’articolo si apre con un paio di riflessioni: la prima riguarda l’interesse verso i cani da cinghiale, la seconda il cinghiale. Nel primo caso, Tintamare ricorda ai lettori che altri, prima di lui, hanno scritto pagine appassionate sulla questione. Poi Tintamare racconta del cinghiale. Lo definisce la miglior specie di selvaggina da pelo presente in Italia e aggiunge che, sebbene non sia ancora arrivato dappertutto, si sta diffondendo. In quegli anni i cinghiali si trovano soprattutto in Sardegna e in Maremma, ma si stanno espandendo anche in Piemonte, Liguria e in alcune zone del Lazio e della Campania. L’autore spiega poi con due ipotesi l’arrivo del cinghiale in Italia: potrebbe essere arrivato a nuoto o attraversando le Alpi. La prima ipotesi, spiega, sa di leggenda, ma si mormora che i cinghiali avrebbero raggiunto l’Italia continentale, presumibilmente dalla Sardegna o dalla Corsica, in seguito a un naufragio. Oppure, seconda ipotesi, durante la prima guerra mondiale i cinghiali sarebbero arrivati attraversando le Alpi francesi. Negli anni in cui scriveva Tintamare, tolta la Maremma dove era ben radicato, il cinghiale si stava diffondendo dalle pendici delle Alpi occidentali verso la Pianura Padana. L’autore parla di Alpi Marittime e Alpi Cozie, precisando che il cinghiale era particolarmente presente nei boschi di Alto Impero, di Pieve di Teco, di Rezzo e di Nava. Qui prosperava nonostante fosse attivamente cacciato. Tintamare aggiunge che questi elementi lasciavano ben sperare e prevedeva, azzeccandoci in pieno, che la diffusione e la presenza del cinghiale fossero destinate ad aumentare.

Ingenuamente, ma questo lo possiamo dire un secolo dopo, Tintamare propone addirittura di condurre delle operazioni di ripopolamento razionali in modo tale che il cinghiale possa diventare selvaggina disponibile a tutti i cacciatori, in ogni parte d’Italia. In realtà, il cinghiale è riuscito a cavarsela egregiamente: lo troviamo dappertutto, anche se per Tintamare le tecniche di coltivazione intensiva avrebbero potuto ostacolarne la diffusione. Costui sottolinea inoltre come la bestia nera avesse stimolato i cinofili. Per Tintamare tanto interesse era stato una sorpresa e sottolinea l’impegno degli allevatori nel fare qualcosa di utile per chi volesse cacciare il cinghiale.

Sì, ma che cosa? Creare una nuova razza? Modificare una razza per renderla adatta alla caccia al cinghiale? Attingere da selezioni estere già verificate? L’autore ritiene molto utile seguire questa ultima strada, ossia rivolgersi ai vautrait, mute di cani da cinghiali utilizzate in Francia. C’è almeno mezza dozzina di razze francesi che eccellono in questa forma di caccia. Tra queste cita i briquet. spiegando che sono la versione ridotta dei nivernais, dei vandeani e degli incroci tra nivernais e vandeani. Parla anche di breton, non riferendosi all’épagneul breton, ma ai fauves de Bretagne. Accenna poi ai vari basset che possono essere impiegati con successo in territori e in situazioni particolari.

Però, ricorda, il grande dibattito attorno al cinghiale nasce anche dal desiderio di poter vantare una razza nazionale specifica per questa caccia. Proprio vantare: siamo negli anni Trenta, quelli del mito della razza pura e dell’autarchia. Anche l’Italia doveva avere la propria razza ed essere indipendente dall’estero. Il dilemma però era: come creare questa razza? Oltre al già citato Lenzi, che proponeva di partire dai cani usati in Maremma, c’è Amoretti secondo il quale il segugio italiano era il cane perfetto. Tintamare caldeggiava incroci con l’airedale, per conferire ai cani maggiore aggressività mentre Aviani si inserisce per ultimo nel discorso proponendo il cirneco.

Quale razza da cinghiale italiana?

Amoretti sosteneva il segugio italiano, ma sulla carta più che in concreto. Secondo lui la razza non andava cambiata, occorreva solo iniziare a impiegarla in questa caccia. Il segugio italiano, all’epoca, era utilizzato nella caccia alla lepre e, a volte, anche nella caccia alla volpe. Siccome questo cane riusciva molto bene in queste due cacce, sarebbe riuscito a fare bene anche il cinghiale. Amoretti, sostiene Tintamare, puntava tutto sull’olfatto. Il segugio italiano ha un eccellente olfatto e sa venire a capo dei labirinti olfattivi creati dalla lepre, ma questo non gli serve nella caccia al cinghiale. O, sarebbe meglio precisare, queste doti potrebbero tornargli utili, ma non sono né specifiche, né sufficienti. Tintamare, come il suo contemporaneo David Lenzi, ritiene fondamentali intraprendenza, coraggio e propensione ad attaccare. Ora, il contesto storico da cui ci parlano questi autori era diverso dall’attuale: coraggio e intraprendenza restano anche oggi caratteristiche apprezzate nel cane da cinghiale. Ma l’aggressività? Decisamente no. Un cane coraggioso è utile, un cane aggressivo che non conosce la prudenza al contrario è controproducente, costoso (spese veterinarie) e deprimente (morte dei cani troppo zelanti). Qualche riga più in là, tuttavia, Tintamare precisa meglio che il cane coraggioso è anche intelligente e attacca il cinghiale solo quando sa di non rischiare troppo.  Scritto così ci piace un po’ di più, ma si preferiscono quei cani che sanno tenere a bada il cinghiale sul fermo senza attaccarlo.

In definitiva, l’idea di cane da cinghiale che si aggira nel cervello di Tintamare è quanto di più lontano possa esistere da un segugio italiano. Ma Amoretti non è l’unico cinofilo ed essersene uscito con idee originali e imperiali in quegli anni. Certo, spiega Tintamare, in certe zone estere, dove i cinghiali abbondano e i terreni sono facili, contro i porci si utilizzano cani e porci, ma in Sardegna o in Maremma non si può suonare la stessa musica. Tuttavia in un altro numero di Rassegna Cinofila Aviani racconta di una propria proposta e di un esperimento: usare il cirneco nella caccia al cinghiale. Come si fa a pensare di usare il cirneco? Semplice: si è nella fase di frenesia di orgoglio nazionale, ed è proprio l’orgoglio nazionale a parlare. Tintamare sostiene persino che il cirneco non sia italiano e ne colloca le origini nelle Baleari: la questione è un po’ più complessa, ma non è questa la sede per sviscerarla. Oltre a ciò, Tintamare sostiene che il cane delle Baleari (podenco ibicenco?) e i cani a lui simili sarebbero cani da bracconieri. Aviani, di cui non possediamo lo scritto, si riferiva al cirneco ritenendolo un cane feroce, caratteristica che Tintamare disapprova ulteriormente. Quello che segue è tuttavia molto curioso: Aviani intendeva mettere in pratica le sue idee e selezionare un cirneco da cinghiale che avrebbe poi mostrato in campo agli altri cinofili.

Il suo progetto non è andato in porto, o perlomeno non se ne trova traccia nei numeri successivi di Rassegna Cinofila. Non si sa se in qualche modo il progetto si sia rivelato fallimentare sin dall’inizio o se situazioni contingenti come lo scoppio della seconda guerra mondiale ne abbiano ostacolato la messa in pratica.

Il cirneco nel 1934

Negli stessi anni, su Rassegna Cinofila (numero di agosto 1934) si scriveva anche di cirnechi. Questa volta l’autore era Dominedo che li chiama cernecchi asserendo che questa parola derivi dal francese chairnigue o chairnegre, cani da caccia usati in Francia per la caccia al coniglio. In verità l’utilizzo di questi cani era stato proibito, perché uccidevano molto efficacemente i selvatici senza l’utilizzo del fucile. Restavano tuttavia molto amati dai bracconieri. Il cirneco, di cui Dominedo descrive in dettaglio la morfologia, è un cane da caccia molto efficace, impiegato principalmente sui conigli, ma valido anche per la lepre e altri selvatici, come volpi e quaglie. Il cirneco, come anticipato da Tintamare e Aviani, è feroce: spesso il coniglio viene dilaniato e non mancano risse tra i cani, a volte con esiti letali. I cirnechi vengono anche definiti “irrequieti, appassionati, coraggiosi, rissosi; i cernecchi si intonano al paesaggio senza chiaroscuri della Sicilia, alla mala terra bruciata dal sole di cui sopportano l’aridità e la miseria”. Ci si trova quindi di fronte a un cane figlio del suo territorio, come quasi tutti i segugi, ma le cui caratteristiche mal si combinano con le necessità e i pericoli della caccia al cinghiale. Perché parlarne allora? Perché si tratta di una curiosità storica e letteraria che documenta l’evoluzione delle competenze cinofile del cinghialaio italiano, ma anche come monito rivolto a coloro che, quasi un secolo dopo, continuano a cacciare il cinghiale con razze non vocate, come il setter inglese.