Neppure nella seconda settimana del 2026, la diciassettesima consecutiva, le commissioni Agricoltura e Ambiente del Senato inizieranno a votare gli emendamenti alla riforma della legge sulla caccia promossa dal centrodestra.
È chiaro che, chiusa la sessione di bilancio, la ragione per l’ennesimo rinvio non può che essere politica: identificarla (attriti nella maggioranza? necessità di trovare un accordo con parte delle opposizioni? volontà di non riempire l’agenda di materie divisive, e per i prossimi tre mesi è sufficiente il referendum sulla giustizia?) è complicato, l’unica certezza sta – per la diciassettesima settimana consecutiva – nella mancata calendarizzazione del voto dei 2.084 emendamenti con cui i gruppi parlamentari intendono modificare l’impianto della riforma della legge sulla caccia targata centrodestra.
Da metà settembre, infatti, le commissioni Agricoltura e Ambiente del Senato non si riuniscono più per l’esame del ddl 1552, quello firmato dai capigruppo dalla maggioranza, per primo Lucio Malan di Fratelli d’Italia: conclusa l’illustrazione degli emendamenti in una seduta serale che sapeva tanto d’accelerazione, dal calendario delle convocazioni la caccia è sparita.
Al momento, e per un bel po’ (dalle commissioni si passerà all’aula del Senato, poi alla Camera, e in caso di modifiche di nuovo al Senato), l’unico intervento sulla 157/92 prima dell’ultimo scorcio di legislatura consiste in quello che, abolendo il divieto di lucro, dall’inizio dell’anno consente alle aziende faunistico-venatorie di organizzarsi in forma d’impresa individuale o collettiva.
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