L’Ispra: in 25 anni perso un terzo degli uccelli comuni nelle zone agricole

L’Ispra in 25 anni perso un terzo degli uccelli comuni nelle zone agricole
Dal 2000 la popolazione di saltimpali (Saxicola torquatus) nelle zone agricole italiane s’è ridotta del 71% • © Clayton Burne / shutterstock

Commentando i dati che emergono dal report sugli uccelli comuni nelle zone agricole italiane, l’Ispra definisce preoccupante lo stato di salute delle campagne.

Il mondo venatorio sa che, se ben gestita, la caccia ha un impatto minimo sulla conservazione della biodiversità; sono altre le pratiche che la mettono a rischio, come senza troppi sforzi d’analisi (un segnale è limpido: le specie che hanno subito le perdite più gravi non rientrano tra quelle cacciabili) emerge dall’ultimo aggiornamento del report sugli uccelli comuni nelle zone agricole italiane, al quale s’è lavorato nell’ambito della rete Pac col supporto della Lipu: commentandolo, l’Ispra definisce «preoccupante» la condizione di salute delle campagne.

Nel primo quarto di secolo, nota l’Ispra, l’Italia ha perso il 33% dell’avifauna agricola; la situazione si fa critica delle aree pianeggianti, a partire dalla Pianura padana, nelle quali a causa delle pratiche intensive e della scomparsa di siepi e di filari s’è addirittura dimezzato il contingente di partenza.

Delle ventotto specie monitorate venti sono in declino significativo: le perdite più gravi le fanno registrare torcicollo (-76%), calandro (-73%) e saltimpalo (-71%).

L’Ispra segnala che il crollo «riflette direttamente sia il degrado dell’ecosistema» sia «la diminuzione delle risorse alimentari [disponibili], a partire dagli insetti»; il Farmland bird index, «un indicatore aggregato che monitora l’andamento delle popolazioni di specie strettamente legate agli ambienti agricoli», potrebbe assumere «un ruolo scientifico strategico» all’interno del piano nazionale con cui l’Italia darà attuazione al regolamento europeo per il ripristino della natura.

In prospettiva, segnala l’Ispra, è necessario promuovere un modello agricolo «che integri produzione e biodiversità»: l’unico modo per riuscirci è lavorare a «un ripristino effettivo degli habitat rurali».

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