Massimo Buconi spiega perché ha schierato la Federcaccia contro il ddl che intende riconoscere gli equini come animali d’affezione e dunque vietare il consumo alimentare della carne di cavallo.
«Il metodo è il consueto» nota Massimo Buconi, presidente nazionale della Federcaccia, spiegando perché è contrario al ddl Brambilla – la commissione Agricoltura della Camera ha iniziato a esaminarlo – finalizzato a riconoscere gli equini come animali d’affezione, e dunque a vietare l’uso produttivo del cavallo e il consumo alimentare della sua carne: «fare leva sull’emotività per sferrare l’ennesimo attacco alla ruralità e alle sue tradizioni».
Anche se il tema non rientra direttamente tra gli interessi venatori, la Federcaccia ha deciso d’intervenire «in difesa dell’ecosistema rurale integrato: il cavallo è il fulcro di un inestimabile patrimonio storico e folkloristico; [portarlo] per legge nel salotto di casa significa recidere il legame millenario tra l’uomo, l’animale e la terra».
Se il ddl diventasse legge, sarebbe inevitabile un danno al settore produttivo: «senza il valore economico legato all’allevamento verrebbe meno l’interesse stesso a far nascere e crescere i cavalli». Per Buconi seguirebbe «un paradosso: nel nome della tutela ideologica, il cavallo finirebbe per diventare un animale raro, un bene di lusso che pochissimi potrebbero permettersi di mantenere»; così «scomparirebbe dalle campagne e dal vissuto quotidiano della gente comune». Peraltro s’incentiverebbe il consumo di carne importata dall’estero, anche da nazioni «con standard di sicurezza alimentare inferiori» a quelli italiani.
Per tutelare il cavallo, chiude Buconi, è necessario semmai valorizzare le filiere controllate e rispettare le tradizioni rurali: hanno poco senso i divieti «che ignorano la realtà economica e culturale del paese».
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