Corte costituzionale valuta legittimo il comitato faunistico-venatorio

Corte costituzionale valuta legittimo il comitato faunistico-venatorio - palazzo della Corte costituzionale, accanto al Quirinale
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La Corte costituzionale considera legittima la legge che, ricostituendo il Comitato faunistico-venatorio nazionale, aveva assegnato al ministro dell’Agricoltura il potere di definirne composizione e funzioni.

Dagli effetti di una possibile decisione negativa il governo Meloni si era già difeso con l’ultimo decreto sulla pubblica amministrazione, sul quale però non c’è bisogno di fare affidamento: la Corte costituzionale, infatti, ha considerato (sentenza 155/26) infondati i dubbi del Consiglio di Stato, che esaminando il ricorso dell’Arcicaccia aveva messo in discussione la legittimità del Comitato faunistico-venatorio nazionale nominato dal ministro dell’Agricoltura su basi diverse da quelle previste nel 1992.

Approvato dal governo Monti nel tentativo di ridurre la spesa pubblica, il decreto legge 95/12, che aveva disposto di non nominare un nuovo Comitato faunistico-venatorio una volta scaduto quello allora in carica, aveva implicitamente abrogato l’articolo 8 della legge 157/92, quello con la composizione originaria (un rappresentante per ogni associazione venatoria: ora sono tre in tutto, designati dalle tre più grandi); pertanto la legge di bilancio 2023, quella finita sott’indagine, è legittima, perché assegna al governo poteri sulla composizione e sulle funzioni di un organo che nessun’altra legge più disciplinava.

Sul piano tecnico, nota la Corte costituzionale, è sbagliato parlare di delegificazione, procedura che si concretizza solo quando «un atto legislativo prevede che l’abrogazione di disposizioni di legge si colleghi temporalmente alla successiva emanazione di un regolamento»: l’abrogazione si era già concretizzata una dozzina d’anni fa.

Risultano inammissibili anche le altre questioni, che alludevano «a un sacrificio sproporzionato dei principi costituzionali di rappresentatività […] e parità»: la Corte costituzionale ha ritenuto insufficienti le motivazioni.

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