Caccia con i cani da seguita: gli effetti sulla lepre

L’impiego dei cani nella caccia alla lepre è oggetto di attacchi da parte del mondo protezionista. Tuttavia, mentre è dimostrata l’influenza negativa che i cani possono avere nei confronti dei cervidi e in particolare del capriolo, nel caso della lepre i dati oggi disponibili inducono a pensare che il disturbo possa ritenersi, per molteplici motivi, trascurabile

Lepre
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Caccia alla lepre e cani da seguita sono un’accoppiata che affonda saldamente le proprie radici nel tempo. Tuttavia oggi, da parte degli ambienti protezionistici, vengono avanzate proteste, richieste di limitazioni, fino ad arrivare a reclamare veri e propri provvedimenti di divieto, circa l’impiego dei cani nella caccia in generale e in particolare in quella a carico delle lepri.

Dall’altra parte della barricata i cacciatori appassionati di questa antica tradizione venatoria non accettano tutta questa avversità. E anche taluni tecnici e ricercatori, pur ritenendo assolutamente opportuna la cosiddetta caccia di selezione nella gestione dei cervidi e dei bovidi, sono propensi a ritenere che non vi siano ragioni per vietare l’impiego dei cani da seguita nella caccia alla lepre e, sia detto per inciso, anche in quella nei confronti del cinghiale, sia pure limitatamente alle aree vocate per questo ungulato. Può essere dunque di un qualche interesse riflettere con attenzione su questa delicata e controversa materia.

Le cause della mortalità delle lepri

La lepre, animale presente in tutta Europa, veniva data fino a poco tempo fa come specie in rovinoso declino. Oggi tuttavia il peggio sembra essere passato e le popolazioni di questo lagomorfo vengono considerate sostanzialmente stabili.

Nell’area di presenza della specie, presa nel suo complesso, la prima causa di mortalità della lepre viene ritenuta la predazione, in particolare quella esercitata dalla volpe: un predatore capace di arrivare, in talune situazioni, a far fuori da solo gran parte, se non addirittura la totalità, della produzione annuale delle popolazioni di questo piccolo selvatico. Alcune malattie, in particolare la sindrome della lepre bruna europea, più tristemente nota con la semplice sigla EBHS, sono considerate la seconda causa di mortalità delle lepri. Infine la caccia, nonostante tutto quello che si dice e si scrive, viene considerata solo come terza causa.

L’impatto di calendari venatori diversi

Nell’Europa continentale la stagione venatoria della lepre è sostanzialmente limitata ai mesi autunnali e nella restante parte dell’anno è vietata. In Inghilterra e in Galles, al contrario, è di fatto aperta tutto l’anno, sebbene la maggior parte delle cacciate si svolgano nel mese di febbraio, dopo la conclusione della caccia al fagiano. Questo calendario è particolarmente penalizzante per la lepre. Questa specie infatti, come è noto, inizia la propria stagione riproduttiva all’inizio dell’inverno e quindi la caccia invernale incide in misura quanto mai pesante: sia perché tende a prelevare tanto i riproduttori quanto i giovani, sia perché abbattendo le femmine adulte comporta il concreto rischio di lasciare morire di fame i piccoli rimasti orfani.

La caccia autunnale invece, svolgendosi nei mesi durante i quali le femmine non sono riproduttive, ha un’incidenza sulle popolazioni incomparabilmente inferiore rispetto alla caccia esercitata a fine inverno. A riprova di ciò, ad esempio, un’indagine condotta in provincia di Siena nell’arco di tre stagioni venatorie, tra il 1992 e il 1994, raccogliendo, tramite la collaborazione di circa 500 cacciatori, un occhio per ciascuna delle 1.880 lepri abbattute, in modo tale da poterne calcolare in modo scientifico (tramite il peso del cristallino) l’età, dimostrò come oltre il 62% delle lepri abbattute fosse un giovane di età inferiore a un anno, cioè nato nella primavera- estate che ne aveva preceduto il prelievo.

Età delle lepri abbattute
Età delle lepri abbattute in provincia di Siena tra il 1992 e il 1994

Queste considerazioni hanno un loro valore in quanto buona parte della polemica nei confronti dell’impiego dei cani nella caccia alla lepre è sorta proprio in Inghilterra e Galles (ma non in Scozia, dove la caccia è stata limitata all’autunno e alla prima parte dell’inverno) a proposito della mortalità che questo tipo di attività arreca alla specie durante il suo periodo riproduttivo. Pericolo che invece non si corre nel modo più assoluto nel resto dell’Europa, in particolare in Italia dove la stagione venatoria della lepre, stabilita dalla legge 157/92, va dalla terza domenica di settembre al 31 di dicembre (ma in molte regioni termina entro la prima decade di dicembre).

Il randagismo e la fauna selvatica

Un altro aspetto sul quale merita fare chiarezza attiene alla ricerca scientifica condotta sugli effetti che i cani possono avere sulla fauna selvatica in generale. In molti casi queste ricerche hanno infatti analizzato le interferenze tra fauna selvatica e cani comunque liberi di aggirarsi nell’ambiente naturale in ogni stagione dell’anno, comprese ovviamente quella della riproduzione. È facilmente intuibile come i cani lasciati a se stessi, così come testimonia significativamente anche il loro nome scientifico, Canis lupus familiaris, si comportino da autentici predatori, con tutto quello che ne consegue in termini di animali predati. Ma questo triste fenomeno, il cosiddetto randagismo canino, è ben noto ai cacciatori, specialmente a quelli appassionati di piccola selvaggina stanziale, del quale sono però condannati a rimanere loro malgrado semplici spettatori, vista l’attuale legislazione assurdamente protettiva nei confronti degli animali domestici rinselvatichiti o comunque randagi. Un’altra pesante interferenza dei cani nei confronti della fauna selvatica è quella rappresentata dai cani portati a passeggiare al guinzaglio o, peggio, senza, in ogni stagione, nelle aree protette e nei Parchi. La semplice presenza di cani, ancorché sorvegliati, è stato dimostrato che in queste realtà estremamente delicate è capace di modificare il comportamento di molte specie, in particolare dei cervidi, ma anche di incidere addirittura sulla consistenza di altri predatori. Gli studi sull’impatto che possono avere i cani da caccia sulla fauna selvatica non sono particolarmente numerosi e da più parti viene avanzata l’esigenza di indagare a fondo questi aspetti, ritenuti comunque capaci di modificare, sia in modo diretto sia indiretto, il comportamento tanto delle specie obiettivo dell’attività venatoria, quanto quello di tutte le altre.

Cani e cervidi

Alcuni studiosi si sono concentrati sugli effetti della caccia con i cani nei confronti dei cervidi, dimostrando in modo inconfutabile come il comportamento di questi ultimi venga pesantemente alterato. In particolare, sono state documentate modifiche dei comportamenti spaziali, della distanza di fuga, della selezione degli habitat, delle attività diurne e perfino della composizione dei gruppi. È stata inoltre dimostrata l’alterazione delle densità, della dinamica e della demografia delle diverse popolazioni. Non solo, ma nel caso del capriolo, sono stati riscontrati anche importanti danni fisici e alterazioni fisiologiche e ormonali. Rimanendo al capriolo, sono stati dimostrati importanti altri effetti negativi, come l’aumento delle dimensioni dei territori, lo spostamento e l’affollamento nelle aree protette, anche quando a esseri cacciati con i cani non erano direttamente i caprioli bensì cinghiali e lepri.

Muta di ariégeois
Muta di ariégeois di Germano Ferrari in accostamento

Cani e lepri

Nel caso specifico della caccia con i cani da seguita nei confronti della lepre, il numero degli studi è viceversa davvero esiguo. Nel 1993 Tapper, il noto studioso della lepre, pubblicò insieme a Stoate, anch’esso ricercatore del Game & Wildlife Conservation Trust, un lavoro sull’impatto sulle lepri di tre diversi metodi di caccia con i cani. Da questo studio emerse come le densità delle lepri fossero influenzate più dalle caratteristiche ambientali, cioè dal grado di diversità delle colture agricole, e gestionali, ossia dal controllo dei predatori, piuttosto che dalla caccia. Laddove la produttività delle popolazioni di lepre risultava buona, la caccia con i cani, benché condotta durante il periodo riproduttivo della specie, risultò essere comunque sostenibile.

Ugualmente non si sono riscontrati inconvenienti, ad esempio, nella caccia condotta con i falchi, nella quale i cani sono impiegati per costringere le lepri ad abbandonare le proprie rimesse. In questi casi, infatti, i cani, essendo addestrati, si fermano subito dopo aver scovato e indotto alla fuga le lepri e danni si sono verificati casomai a carico dei falchi, qualora siano state impiegate mute di cani particolarmente numerose.

Volpe
La prima causa di mortalità della lepre viene ritenuta la predazione, in particolare quella esercitata dalla volpe. © Shutterstock

Cani, volpi e lepri

Ovviamente, la caccia condotta in misura particolarmente intensa e impiegando un numero esagerato di cani può modificare il comportamento delle lepri, inducendole ad allontanarsi dalle aree disturbate e ad adottare in ogni caso distanze di fuga più prudenti. Tuttavia, nel caso di un esperimento di caccia alla volpe, condotta a fini di contenimento con una piccola muta di cani da seguita (quattro), le lepri presenti nell’area di studio non dettero a vedere di soffrire il minimo disturbo. Le lepri, precedentemente dotate di radiocollari, furono attentamente seguite durante ben quattro sessioni di caccia alla volpe. Durante queste cacciate, in cui furono abbattute quattro volpi, al contrario non morì alcuna lepre e tutte rimasero tranquille, senza dare luogo ad alcuna differenza nell’uso dell’habitat, sia durante le cacciate che nei giorni successivi.

L’effetto in Italia delle aree interdette alla caccia

Infine, per quanto riguarda l’Italia, se al calendario venatorio autunnale aggiungiamo che le lepri, all’occorrenza, possono sempre trovare rifugio in numerose zone interdette alla caccia (Zone di ripopolamento e cattura, zone di rispetto venatorio e oasi, per quanto riguarda gli istituti previsti dalla legge 157/92; Parchi, riserve naturali per quanto di competenza della legge 394/91), l’influenza che in ogni caso potrebbe avere la caccia con i cani, al di là della indubbia necessità di disporre al riguardo di una maggiore mole di dati scientifici, appare quanto meno ben diversa da quella che sembra verificarsi in altre realtà.