A caccia con il medico: leptospirosi, le insidie dell’acqua

Leptospirosi: beagle beve in una pozza d'acqua
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La leptospirosi è la zoonosi più frequentemente associata all’acqua, soprattutto se stagnante. Le nutrie sono considerate il serbatoio di questa malattia; ma la verità è un’altra.

Trasmessa all’uomo dagli animali (è dunque una zoonosi, come la toxoplasmosi), la leptospirosi è una patologia infettiva causata da un batterio del genere Leptospira. Nel suo ciclo vitale esistono due tipi di ospiti: di mantenimento e accidentali. Gli ospiti di mantenimento mantengono in vita il batterio facendolo riprodurre in maniera esponenziale nei loro reni senza subire alcun danno, e poi lo espellono con le urine. Tra gli animali serbatoio s’annoverano piccoli mammiferi (ratti, topi, ricci, nutrie, lepri, scoiattoli, riccio, volpe, mustelidi, rane, castori), ungulati selvatici (cervi, cinghiali) e domestici (bovini, ovini) e zecche all’interno delle quali i batteri possono sopravvivere per anni.

Gli ospiti accidentali, come l’uomo o il cane, s’infettano accidentalmente e possono ammalarsi anche seriamente, fino a morire. Se espulse dalle urine in un ambiente asciutto o nell’acqua salmastra, le leptospire muoiono subito. Se invece trovano le condizioni ideali, come acque dolci stagnanti o terreni umidi, sopravvivono oltre sei settimane.

Fino a pochi anni fa la leptospirosi era considerata una malattia stagionale. Attualmente, viste le temperature stabilmente elevate, l’esposizione all’infezione è sempre più possibile e frequente. L’uomo può infettarsi se attraverso piccole abrasioni della pelle, ferite, le mucose dell’occhio, del naso o della bocca viene a contatto con acqua infetta; sono quindi tendenzialmente a rischio le attività come caccia, pesca, e sport acquatici. La leptospirosi non si trasmette attraverso la saliva.

Sintomi, diagnosi e terapia della leptospirosi

Non sempre l’esposizione al germe provoca una malattia evidente. Molto, oltre che dalla carica microbica, dipende anche dal ceppo che ci ha contagiati. Nel 90% dei casi si tratta di sintomi non gravi, simili a una banale influenza. È tipico l’andamento in due fasi: nella prima (circa due-venti giorni dopo aver contratto l’infezione) si presentano febbre, mal di testa, mal di gola, forti dolori muscolari e brividi, occhi arrossati e talvolta tosse con possibilità di sangue nell’espettorato; dopo un temporaneo miglioramento prende il via una seconda fase, con gli stessi sintomi iniziali e con possibilità di segni di meningite (rigidità del collo e forte mal di testa).

Raramente (circa 10% dei casi) la leptospirosi può provocare gravi danni al fegato (con ittero, cioè colorazione giallastra della pelle e delle sclere degli occhi) e ai reni, con insufficienza renale e urine emorragiche. Le emorragie possono interessare anche altre mucose, come il naso (epistassi) e bronchi (tosse emorragica). La leptospirosi deve essere presa in considerazione in qualsiasi persona che presenti febbre d’origine sconosciuta e che per motivi ludici o professionali potrebbe essere stata esposta alle leptospire.

A causa della variabilità dei sintomi, la diagnosi della leptospirosi è difficoltosa e spesso tardiva. La diagnosi viene effettuata con un prelievo di sangue nel quale si ricercano gli  o direttamente i batteri, eventualmente identificabili anche nelle urine.

La terapia prevede la somministrazione d’antibiotici per bocca o, nei casi più gravi, per via venosa; andrà valutata la necessità di emodialisi se sono compromessi i reni.

La leptospirosi non richiede l’isolamento della persona infetta; è però fondamentale prestare attenzione alla manipolazione e allo smaltimento delle urine e usare servizi igienici separati.

Agire per tempo

La prevenzione della leptospirosi si basa sulla protezione dal contatto con animali potenzialmente infetti o con acqua contaminata. Bisogna dunque utilizzare indumenti e protezioni adeguate (guanti, stivali alti per chi pratica la caccia e la pesca), evitare di nuotare in acque stagnanti e controllare i roditori, per esempio con la derattizzazione.

I vaccini non rappresentano una forma di prevenzione per l’uomo: sono infatti poco efficaci per la varietà di sierotipi esistenti; sono però consigliati per proteggere i cani, per i quali la leptospirosi rappresenta una malattia grave che può portare a morte nel giro di pochi giorni.

Il cane che fa il bagno in pozzanghere contaminate o che beve acqua contaminata può infettarsi e ammalarsi; evitarlo è però difficile, così come è difficile limitare l’interazione con animali serbatoio.

Infine smontiamo un pregiudizio: è un’idea diffusa che la nutria rappresenti il principale serbatoio di leptospire in natura. Studi recenti hanno però chiarito che le percentuali di nutrie positive alla leptospirosi non è superiore a quella di altri ospiti intermedi.

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