L’Arcicaccia si rivolge al parlamento chiedendogli di disciplinare meglio la stretta sui coltelli introdotta dall’ultimo decreto sicurezza approvato dal governo.
In una materia delicata, aggettivo inevitabile considerato il legame col diritto penale, servono innanzitutto formulazioni chiare che non lascino spazio «a sofismi interpretativi»: dunque per l’Arcicaccia è necessario emendare il ddl che converte in legge il decreto sicurezza e specificare che il coltello, come il fucile, «è uno strumento necessario per il cacciatore, e che – in particolare per certi tipi di caccia – non si può prescindere dal suo uso, anche per la gestione della spoglia» dopo l’abbattimento; in assenza di modifiche resta concreto il rischio di contestazioni e di sanzioni, anche pesanti.
Premesso che è condivisibile «limitare la possibilità di portare armi da taglio», scrive l’Arcicaccia, non intervenire sarebbe paradossale, considerato che il mondo venatorio «è composto da maggiorenni titolari di porto d’armi e sottoposti a controlli d’idoneità regolari e stringenti».
Segue l’appello a tutte le forze politiche perché trovino «una soluzione a questo [scenario potenzialmente] imbarazzante»: l’Arcicaccia, che rimarca che se il governo l’avesse coinvolta avrebbe potuto proporgli qualche suggerimento già nella fase di stesura del decreto, ritiene che ci siano ancora «tempo e modo» per un intervento efficace in fase di conversione in legge.
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