Bagarre tra associazioni sulle aziende faunistico-venatorie in forma d’impresa

Bagarre tra associazioni sulle aziende faunistico-venatorie in forma d’impresa - cacciatore con cane
© Alexander Sobol / shutterstock

Federcaccia, Libera Caccia e Arcicaccia si scontrano sul significato della riforma che abolendo il divieto di lucro consente alle aziende faunistico-venatorie di organizzarsi in forma d’impresa.

Ci vuole il medico legale per capire se, dopo l’approvazione della legge di bilancio con l’articolo che abolendo il divieto di lucro consente alle aziende faunistico-venatorie di organizzarsi in forma d’impresa, la caccia sociale è morta oppure no: la diagnosi delle associazioni venatorie, che nelle ultime ore sul tema si sono accapigliate, diverge profondamente.

Per Paolo Sparvoli, presidente nazionale della Libera Caccia, è giunto il momento di constatare il decesso: la riforma, ritiene, conduce a «una gestione privatistica della caccia, a pagamento, riservata a chi ha buone o ottime possibilità economiche»; in questo contesto valuta come «inconcepibile» il silenzio della maggioranza di centrodestra, che rinnovando la fiducia al governo Meloni questa modifica l’ha avallata.

La colpa originaria, sostiene Sparvoli, coincide con la nascita di Ab, l’associazione dei riservisti «fortemente voluta da Coldiretti, Cncn e Una, e che si è avvalsa della benedizione scontata della Federcaccia e dell’incomprensibile non belligeranza di Arcicaccia, Enalcaccia e Anuu migratoristi».

Concorde nella diagnosi («quest’emendamento sciagurato», che sancisce una chiara scelta di campo «a favore non degli agricoltori, ma dei latifondisti»), l’Arcicaccia è durissima nella critica a Sparvoli, che invita a contattare i parlamentari del centrodestra «che ha sostenuto e per i quali ha fatto campagna elettorale» e a chiedere conto del loro voto.

La Federcaccia all’attacco

Più articolata è la replica della Federcaccia, che propone un’analisi diversa da una ricostruzione, quella della Libera Caccia, «fuorviante, allarmistica e miope»: la riforma non rappresenta un’insidia al modello di caccia sociale in vigore da più di trent’anni, «non è l’anticamera dell’abolizione» dell’articolo 842 del codice civile, quello che consente l’accesso ai fondi privati, né modifica il rapporto tra l’estensione degli istituti privati, che resta fissata al 15%, e il resto del territorio agro-silvo-pastorale; semmai il ritocco operato alla legge 157/92, una disposizione «di carattere tecnico-fiscale che aggiunge la possibilità di gestire le afv come imprese», riduce lo spazio per «forme ambigue o irregolari d’erogazione dei servizi», e riconduce «pratiche opache» a «un quadro più trasparente».

Ora aumentano le responsabilità per tutti: per le Regioni, che dovranno vigilare sulla corretta applicazione della legge; per le associazioni agricole, che dovranno formare i gestori delle afv; per i cacciatori, che non devono accettare servizi offerti in elusione della normativa fiscale; per le associazioni venatorie, «che dovranno [ricoprire] un ruolo attivo di controllo e di stimolo».

Per la Federcaccia è strumentale la scelta di difendere la caccia sociale combattendo «una guerra ideologica» contro le aziende faunistico-venatorie; la Libera Caccia, si chiude la nota, dovrebbe semmai attivarsi per «una riforma profonda e ragionata degli Atc, affinché possano essere pienamente gestori del territorio, produttori di biodiversità e non semplici lanciatori di selvaggina», e capire che la legge 157/92 «pur con tutti i suoi limiti» rappresenta «un sicuro baluardo a tutela della caccia sociale: non è che chiedendone l’abolizione o una revisione radicale dei principi cardine si finisce per favorire l’aumento degli istituti privati?».

La Libera Caccia non ci sta

È un’analisi che Sparvoli non condivide: per lui la 157/92 è «un pastrocchio burocratico che ha falcidiato pesantemente il numero dei cacciatori e si è dimostrato buono solo per creare un numero patologico (costoso, dannoso e ridicolo) di carrozzoni chiamati Atc».

La Libera Caccia, rimarca il suo presidente nazionale, «è un’associazione apolitica», che ha applaudito il centrodestra per il coraggio col quale s’è attivato sulla politica venatorie e ora lo critica «per l’eccessiva prudenza dimostrata negli ultimi mesi».

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