Unità dei cacciatori: oltre le differenze

Unità dei cacciatori: oltre le differenze
© Chris Rogers / Tweed Media

È più facile raggiungere l’unità dei cacciatori se invece che della struttura organizzativa si parla dei temi: le sette associazioni venatorie riconosciute suonano insieme quando si confrontano su ruolo della caccia, difesa dell’ambiente, riconoscimento sociale, munizioni in piombo.

Discutere dei temi scalda meno ma unisce di più; forse, visto che seppur frammentato il mondo venatorio condivide valori e problemi, l’unità dei cacciatori si raggiunge più facilmente mettendo (temporaneamente?) da parte la questione organizzativa. Sulle fondamenta – il ruolo del cacciatore nell’ambiente, il suo posto nella società – le sette associazioni riconosciute suonano infatti nella stessa orchestra. Con qualche assolo inevitabile, sì, e qualche sfumatura tipica.

L’autunno, diabolico e tragicissimo, ha evidenziato una volta ancora che il mondo della caccia fatica a trovare spazio nella discussione politica. Il governo ha dei limiti evidenti, taglia con l’ascia una situazione che dovrebbe sgranare chicco a chicco. Ma le restrizioni e i divieti, zone rosse arancioni e varianti regionali, sono stati (anche) conseguenza ovvia di una dinamica vecchia e dannosa: i cacciatori non sanno raccontarsi, parlano solo a sé stessi e provano a difendere un mondo che non esiste più.

Nel buglione finisce di tutto, dal pregiudizio all’ovvietà. E fa la fine di Dio per Diderot, un onest’uomo in una banda di malfattori: diventa impossibile riconoscere il superfluo e l’essenziale. Durante una pandemia si può rinunciare al divertimento, no? (E peccato che non sia la sede giusta per marcare le contraddizioni del paternalismo che sovrappone il superfluo, il presunto superfluo, al pericoloso; peccato). È, certo, colpa di chi non ascolta e rimane ingabbiato dietro le proprie verità. Ma in ogni comunicazione la responsabilità è duplice: se qualcuno non capisce, è molto probabile che qualcun altro non si sia fatto capire.

Federcaccia: “Non siamo mai usciti dalla nostra autoreferenzialità”

«La pandemia ha fatto esplodere i ritardi decennali accumulati dalla caccia italiana» concorda Massimo Buconi, presidente nazionale Federcaccia. «Non siamo mai usciti dalla nostra autoreferenzialità. Della caccia parlano i cacciatori, si danno ragione e criticano il mondo fuori che non li capisce. Non ci siamo lasciati permeare da sensibilità diverse». È un limite che si riflette sulla politica; basta vedere come il resto d’Europa, nel quale è consolidato il racconto della caccia come attività essenziale all’ambiente e alla comunità, abbia reagito alla violenta seconda ondata di questa peste maledetta. «Leggiamo gli atti che all’estero hanno salvaguardato la stagione venatoria: vi troviamo un riconoscimento preciso del ruolo della caccia, utile per gestire ambiente, ruralità, sistema agricolo».

L’Italia invece si è mossa diversamente, traguardo inevitabile di un percorso antico: «Abbiamo lasciato agli animalisti il monopolio della comunicazione. E l’opinione pubblica ha assorbito l’idea che la caccia sia predazione e violenza». L’esempio positivo si trova in una zona di confine, per secoli fronte dell’Impero di lingua tedesca: «La Provincia di Bolzano ha dichiarato l’Alto Adige zona rossa ma ha deciso di consentire l’attività venatoria che risponde a criteri di pubblica utilità», il prelievo degli ungulati.

Federcaccia: “Dobbiamo essere noi a raccontare la caccia”

È qui che i fili si intrecciano: «Dobbiamo esser noi a raccontare la caccia, a far capire che è sostenibile e utile all’intero Paese». Ogni narratore ha però bisogno di un pubblico quantomeno non ostile: «Occorre che la politica e le istituzioni si pongano davanti alla caccia con un atteggiamento laico, e invece in Italia prevale ancora un approccio confessionale». Per Buconi la discussione sul piombo rientra pienamente nel catino dei pregiudizi: «Non si affronta la questione secondo le evidenze scientifiche, ma la si usa per limitare o vietare la caccia. È per questo che la discussione sul piombo diventa particolarmente odiosa e viene vissuta male dal mondo venatorio».

Il regolamento europeo che ha galoppato rapido verso il via libera definitivo è ricco di contraddizioni, «su tutte l’equiparazione di un ristagno temporaneo di acqua a una zona umida». Federcaccia non contesta il divieto generale di usare il piombo nelle zone umide «anche se servirebbe un approccio graduale, ci vuole un po’ di tempo per consentire ai cacciatori e alle industrie di adeguarsi». Ma la norma è ingiusta e poco chiara, «passeremo mesi a scontrarci sulle definizioni e limiti che introduce. E nel frattempo qualcuno finirà in tribunale». Ecco perché occorre parlare a voce chiara anche fuori dal solito circolo.

Il vero ambientalismo

Arcicaccia: senza biodiversità non c’è caccia

«È giusto pensare a un maggior utilizzo delle munizioni atossiche, ma non siamo d’accordo sul regolamento europeo: non ha senso decidere che in presenza di una pozzanghera diventi illegale addirittura il porto di munizioni in piombo»: se su un’eventuale organizzazione unitaria le punture sono quotidiane, sulle politiche l’accordo tra Federcaccia e Arcicaccia è sorprendente solo per una platea superficiale. Sulle cartucce tradizionali Piergiorgio Fassini ricalca le parole del collega: «Da conoscitore delle zone lagunari posso ammettere che nel lungo periodo i quintali di piombo buttati fuori dalle botti possano creare un problema; ma nel sistema boschivo e agro-silvo-pastorale sono altri gli inquinanti, in prevalenza legati ad alcune pratiche agricole».

E dunque sì, si può pensare a ridurre il piombo; ma con criterio e sulla base di dati scientifici certi. D’altra parte l’approccio ambientalista contraddistingue la presidenza Fassini sin dalla nomina, primavera 2019. «Ero presidente da poco quando si cominciò a parlare di Greta Thunberg e dell’eliminazione della plastica dall’ambiente. Presi subito posizione dicendo che siamo da questa parte, che è la nostra parte». Senza biodiversità non c’è caccia «e il cacciatore è di per sé attore della conservazione ambientale».

Arcicaccia: “Riqualifichiamo i cacciatori”

Se non l’ha ancora fatto, il mondo venatorio deve convertirsi all’ambientalismo e tirar dentro l’industria di settore. «L’inquinamento non è legato solo al piombo; anzi. Serve un intervento deciso sulle munizioni, servono materiali biodegradabili ed ecocompatibili. E non penso tanto ai bossoli che i cacciatori sono obbligati a raccogliere quando alle borre di contenimento: basta plastica, cominciamo a usare altri materiali». Può essere una delle mosse vincenti per rendere alla caccia il suo ruolo originario. «La concentrazione nelle grandi città ha cancellato la cultura rurale, una delle grandi eredità del secolo scorso. Anche chi torna in campagna non ha la cultura della campagna: lo dimostra la sua prima azione, recinta il terreno. Una volta non l’avrebbe mai fatto, consapevole che la campagna fosse bene comune. Minor socialità e minore aggregazione hanno fatto maturare i frutti dell’egoismo. E la caccia ne paga».

Di nuovo: occorre agire. E di nuovo: occorre innanzitutto agire su quel mondo lì. «È innanzitutto necessario riqualificare i cacciatori: per troppo tempo abbiamo lasciato le aree di caccia in mano a persone sbagliate, integralisti. I cacciatori devono tornare a occuparsi direttamente della gestione ambientale». Per vincere però servono due altre leve insolitamente affiancate: i cinghiali, le donne (sì, ci salveranno le donne). «La gestione degli ungulati può evidenziare il ruolo cruciale della caccia al servizio della collettività: siamo a disposizione per contenere i danni che tutti patiscono. E poi serve potenziare la figura delle cacciatrici» statisticamente in crescita. «Una volta era il padre a mantenere vive le tradizioni. Ora i ruoli sociali sono cambiati, è più facile che sia la madre a trasmettere una passione ai figli. E visto che le cacciatrici sono in prevalenza giovani, diventa anche una strategia vincente per favorire il ricambio generazionale».

Anuu Migratoristi: serve un impegno costante

Donne a parte, le associazioni venatorie condividono il doppio approccio: il cacciatore deve saper raccontare ciò che fa per l’ambiente e aumentare il proprio impegno sul territorio. «Spesso ci contrastano provvedimenti idioti» va giù duro Marco Castellani, presidente nazionale Anuu-Migratoristi, che ha in testa il controllo della fauna selvatica. La legge quadro limita le categorie coinvolte, spesso le Regioni allargano la rete e il conflitto – di competenze, sì; ma anche sociale, “i cacciatori ci sono ma non fanno nulla” – divampa. «Un aspetto deve essere ben evidenziato quando si parla di incomprensioni tra istituzioni e caccia» prosegue Castellani. «Non ho mai trovato un sindaco contrario alla caccia. Sono tutti felici di averci attivi nelle loro campagne: vigiliamo sul territorio, preveniamo i reati ambientali, miglioriamo l’ecosistema».

Nell’Italia dei Comuni i problemi aumentano via via che ci si avvicina ai grandi centri: i capoluoghi, Roma, Bruxelles. «Regioni, parlamento, governo, Unione europea: a ogni passo si perde contatto con la realtà». Se si vuole raddrizzare la rotta serve un impegno costante, ostacolato però da parte dell’opinione pubblica. Per ignoranza? Per poca accortezza dei cacciatori ancora legati a un mondo scomparso, o per la scarsa capacità di comunicare il tanto bene che alimenta questo mondo?

Anuu Migratoristi: combattiamo lo scarso accesso ai mezzi di comunicazione

«Io direi per lo scarso accesso ai mezzi di comunicazione non specializzati: è difficile riuscire a parlare a un pubblico ampio, e anche nelle poche occasioni di confronto bisogna combattere contro slogan e pregiudizi. In pochi secondi si devono contrastare affermazioni secche, “poveri animali, la caccia è contro l’amore, siete tutti dei bastardi assassini”. E abbiamo pochi secondi per spiegare che cosa ci sia dietro la gestione. È difficile raddrizzare questo rapporto asimmetrico» che caratterizza gran parte dell’informazione generalista.

«Dovremmo avere a disposizione spazi solo nostri in cui siamo messi nelle condizioni di raccontare senso e significato della caccia». In questo groviglio la discussione sul piombo è «il foruncolo sulla groppa di un cane che sta morendo di tumore. Respiriamo piombo che proviene da tante fonti d’inquinamento, tanti impianti idraulici sono ancora fatti in piombo: limitare l’utilizzo di munizioni tradizionali è l’esempio perfetto di una preoccupazione eccessiva su aspetti marginali. Macché piombo: pensiamo semmai all’urbanizzazione selvaggia, all’inquinamento delle città».

Unità dei cacciatori: farsi sentire

Libera Caccia: serve un tavolo di confronto permanente

Più sfumata la posizione di Paolo Sparvoli (Libera Caccia) che condivide l’assunto, non è il caso di sopravvalutare («L’inquinamento ambientale non deriva certo dai cacciatori che sparano solo una manciata di cartucce l’anno: andiamo a vedere le emissioni delle automobili, i siti industriali»), ma ripiega sulle prospettive. «Dobbiamo comunque invitare gli armieri e i ricaricatori a trovare soluzioni alternative». Che però dubita possano coincidere con l’acciaio, «si rischia che aumenti l’incidenza dei ferimenti». A Sparvoli preme però di più ridipingere l’immagine del cacciatore, «creata ad arte dal mondo animalista che ha trovato sponda nella politica. Anzi: nella politica irriconoscente, che trascura il peso della caccia nell’ecosistema e nella società».

Quindi la proposta: serve un tavolo di confronto perenne tra mondo venatorio, mondo ambientalista e istituzioni. I vertici delle associazioni venatorie devono sapere quale telefono far squillare – si potrebbe dire anche “a quale indirizzo e-mail scrivere”, se i politici in carica rispondessero alle e-mail – quando hanno bisogno di farsi sentire; e i politici devono sapere quale telefono far squillare – quale? Difficile che abbiano voglia di chiamare tutti e sette, ma qui rischio di piantarmi un’altra volta – quando devono prendere una decisione urgente.

«Che non sia però un tavolo formale, nel quale si ratificano decisioni preconfezionate» rilancia Sparvoli. Che ventila le conseguenze di uno sciopero bianco: «Se i cacciatori frustrati perché mai ascoltati si fermassero davvero, in poche settimane nessuno riuscirebbe a contenere la proliferazione dei selvatici nel Paese – e anche nelle città. Anche se maltrattati continuiamo a ricoprire un ruolo ben preciso: è ora però che la politica ne prenda atto e ci coinvolga».

Italcaccia ed Eps: il cacciatore ha un ruolo ineliminabile

«La colpa di questa situazione è anche dei cacciatori; anzi, dei dirigenti». Non si nasconde Gianni Corsetti, presidente dell’Italcaccia. «Negli anni gli animalisti hanno saputo piegare la storia a loro vantaggio, deciso di identificare il cacciatore con un delinquente. E il mondo della caccia ha evitato di combattere. Così la politica non ha avuto la forza di resistere e si è piegata». Ma se ci si scorda della caccia ci si gioca l’ambiente.

«Eppure tanta parte della società non si rende conto che c’è un solo modo di gestire il territorio» ribadisce Galdino Cartoni, presidente Eps. «Non possiamo fidarci di chi dice di lasciare la natura alla natura. Il lupo va a mangiarsi le greggi, pecore e vitelli sono molto più facili da predare, non gli ungulati». Non si può fingere che non ci sia bisogno dell’uomo a regolare («O piuttosto a garantire») gli equilibri naturali. E l’uomo può agire in un modo solo: «Tutto ciò che non è caccia, catture e il resto, è solo un palliativo».

Eps: rinunciamo all’egoismo di categoria

È una finzione che ha tanti padri: «È colpa dei cacciatori, non sono stati in grado di raccontare la caccia e trasmetterla ai giovani; delle Regioni e delle istituzioni che non organizzano veri corsi d’aggiornamento; dei funzionari pubblici, spesso solo burocrati; ed è colpa anche delle associazioni venatorie che si concentrano sulla tattica breve e si scordano la strategia di lungo periodo. Bisogna esser pronti a rinunciare a qualcosa oggi per ottenere domani un beneficio più grande».

Delle rinunce non fa però parte il piombo, quantomeno fuori dalle zone umide: «Nella caccia vagante o da appostamento credo che l’impatto sia minimo». Anche per una ragione statistica: «Un tempo erano i migratoristi quelli che sparavano di più: ma la migratoria è talmente diminuita che la questione non si pone». A che cosa si deve dunque rinunciare? Cartoni sembra puntare l’egoismo di categoria. «Non possiamo delegare ai cinghialai, che spesso non hanno voglia e preparazione tecnica, il contenimento della specie: abbattere abbattono, ma risparmiano le femmine gravide così da non rimanere senza cinghiali la stagione successiva. E invece si sa che per ottenere qualche risultato bisogna intervenire su questa classe. Si dice che in Italia ci siano due milioni e mezzo di cinghiali: devono essere prelevati in maniera selettiva, si devono privilegiare le femmine adulte». E pazienza se nell’immediato i cinghialai non capiranno.

Unità dei cacciatori: senza bisogno di un nemico

Enalcaccia: tira un vento diverso

Rispetto alla contrapposizione costante, alla quasi angosciosa ricerca del nemico contro cui compattarsi Lamberto Cardia (Enalcaccia) pennella un dipinto diverso. «C’è stato, è vero, un periodo in cui si considerava sacro l’animale e si è sviluppata una reazione negativa contro la caccia. Ma è un periodo passato. Molti si sono resi conto delle qualità del cacciatore che rispetta le norme, è utile alla collettività, difende gli interessi degli agricoltori e dell’ambiente e contribuisce a dar respiro all’economia».

Dal suo osservatorio privilegiato, gli anni in magistratura e nelle istituzioni gli consentono di guardare oltre un mondo troppo spesso autoriferito, Cardia sente che tira un vento diverso. «È vero, la caccia continua ad avere nemici ovunque; ma il suo ruolo è sempre più compreso e in tanti ora le tributano il rispetto che merita. Anche perché finalmente sta facendo presa l’idea che il cacciatore sia di per sé una persona rispettabile: quando gli concede il porto d’armi, lo Stato ufficializza l’assenza di precedenti negativi».

Enalcaccia: il nuovo regolamento europeo sul piombo inverte l’onere della prova

Per Cardia il rapporto contrastato tra caccia e società è legato alla storia del Paese. «Un tempo la caccia era una pratica da nobili»; nel momento in cui si è trasformata in attività di massa c’è stato bisogno di riprenderle le misure. Ma ormai il popolo, che cerca di rivivere la campagna abbandonata decenni fa, è consapevole di quanto conti vivere abbracciati alla natura. «In tanti ne sentono l’esigenza»; e, prosegue Cardia, hanno capito che andare a caccia è uno dei modi in cui si può farlo davvero. Se a questo si aggiungono l’opera costante e la vigilanza sul territorio, la relazione è pacificata. Semmai i problemi crescono su situazioni specifiche: rieccolo qui, maledetto piombo. «Di principio ridurre le cartucce in piombo è un principio sano e condiviso. Per metterlo in pratica c’è però bisogno di un approccio graduale».

Ma non è questa la critica principale al nuovo regolamento europeo sulle zone umide. «C’è un aspetto spaventoso: si inverte l’onere della prova. Se passo vicino a un laghetto mentre ho in tasca delle cartucce in piombo, posso essere punito in via amministrativa o addirittura penale. Perché il regolamento di fatto dice: “Chi porta delle cartucce in piombo nelle zone umide deve dimostrare che non le utilizzerà; chi si avvicina a una zona umida con una cartuccia in piombo è automaticamente colpevole”. Servirebbe, senza offesa al parlamento, una regolamentazione più equilibrata e meditata». Che si può ottenere in un modo solo: «Bisogna coinvolgere i cacciatori nella stesura del regolamento». E se probabilmente a Bruxelles è troppo tardi, conviene tenerlo presente nel momento in cui il testo arriverà a Roma.

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