Setter, caccia e scuole di pensiero

setter caccia

Setter e caccia: riflettiamo sulle caratteristiche di razza del cane più amato dagli italiani. Le scuole di pensiero, nella cinofilia e nella caccia, esistono ancora?

Le riflessioni su setter e caccia sono protagoniste di queste note. I cacciatori amanti del cane da ferma si dividono in quelli che cacciano la stanziale e quelli che cacciano la migratoria. Ed entrambe le categorie sono schiave del fato. I primi subiscono il clima e la gestione del territorio, la situazione dei secondi è ancora più precaria, dovendo sottostare anche ai capricci del meteo.

Una cosa tutti l’hanno in comune: la passione per il cane da ferma. Ciascuno ha la sua razza preferita e ciascuno legge le doti del proprio cane secondo la propria personale formazione venatoria, ossia in base alle esperienze e agli insegnamenti ricevuti. Sono questi i percorsi che ci portano a scegliere una razza e a ritenere, nel nostro cane, una dote più importante dell’altra.

Nella mia esperienza, anche quando provano a negarlo, tanti cacciatori sono prima di tutto interessati al carniere. Sebbene, per fortuna, sia in gran parte passata la moda dei grandi numeri, chiunque tolga un selvatico dalla bocca del proprio cane esprime in volto una certa soddisfazione. Cosa assolutamente comprensibile. Oltre a ciò, riscontro spesso anche un’altra cosa- Se l’azione del cane porta all’abbattimento, il cacciatore è contento del cane e di rado si interroga su come quell’azione abbia portato a un risultato.

Le scuole di pensiero

Il dimenticare il processo di “produzione del selvatico”, e quindi il perdere di vista una parte dell’azione di caccia, credo sia legato a tante ragioni. Innanzitutto, ciascuno di noi arriva alla caccia con un retroterra culturale e delle aspettative diverse. E questo influenza inevitabilmente il modo in cui si giudica il proprio cane. In particolare chi si è formato accanto a un cacciatore che non ha una cultura cinofila ha dovuto arrangiarsi da sé, facendo ricorso, tutt’al più, a riviste e programmi televisivi. Questi cacciatori meno probabilmente hanno avuto una formazione cinofila oltre che venatoria e, di conseguenza, non conoscono alcuni usi e abitudini del passato.

Mi riferisco alle scuole di pensiero, quelle che esistevano nella cinofilia e nella caccia. Esistono ancora? Forse, ma, se così è, la loro presenza si è fatta ben più rarefatta. Io leggo tantissimo e, ancora prima di utilizzare i cani, ho iniziato a leggerli. Ho affrontato i classici testi di cinofilia, scritti da autori come Colombo, Griziotti, Puttini, Laverack, Arkwright, Delfino e, anni dopo, ho iniziato a mettere le mani su riviste cinofile stampate a partire dai primi anni del Novecento. Queste riviste sono una miniera di opinioni e consentono, attraverso la lettura degli articoli, di rivivere quelle che erano vere e proprie scuole di pensiero.

Le teorie di Colombo e Griziotti

La cinofilia venatoria italiana, e quindi indirettamente anche la caccia, è stata dominata dalle teorie di Giulio Colombo che ci ha insegnato ad apprezzare doti come la velocità, la grinta e la voglia di esplorare degli ausiliari. Però, all’epoca di Colombo, esistevano anche correnti di pensiero alternative, che oggi sono in qualche maniera minoritarie. Tra queste mi viene in mente quella di Giacomo Griziotti e mi è bastato prendere in mano il suo libro, tanti anni fa, per ritrovarmi allineata a quello che diceva. La mia formazione di stampo “griziottiano” è poi proseguita sul campo, dal momento che ormai da cinque anni alleno e addestro con un cinofilo che fu allievo diretto di Griziotti. Per questo motivo ho ritenuto che potesse essere interessante condividere con voi lettori alcune riflessioni sullo stile del setter inglese.

Comprendere la bellezza di un’azione di caccia

Ma a un cacciatore serve che io vada a riesumare un articolo scritto nel 1938? Gli serve prendere coscienza dello stile di razza, dal momento che il cane lo utilizza soltanto a caccia? Tutto serve e nulla serve, ma, in una visione contemporanea dell’arte venatoria, comprendere la bellezza di un’azione di caccia è un valore aggiunto. Se è vero che il cacciatore vuole prima di tutto abbattere, è altrettanto vero che può anche imparare a lustrarsi gli occhi rimirando quello che accade prima dell’abbattimento e, indirettamente, comprendere meglio le qualità del proprio cane.

Il pezzo di Griziotti, scritto 82 anni fa, si apre con una lamentela sul fatto che le cose andavano meglio in passato e che i giovani di allora non avevano potuto vivere il meglio della cinofilia.

Chi è il setter inglese

Prima di tutto, però, Griziotti ci ricorda chi è il setter inglese, ovvero un cane che sembra dilaniarsi tra due estremi. Da una parte abbiamo la grinta, la voglia di cercare e di trovare e dall’altra la timidezza che gli impone di essere attento, di rallentare, di farsi piccolo e cauto al cospetto del selvatico. Lo stile di lavoro del setter inglese nasce dalla coesistenza di queste due anime: dalla prudenza che tempra l’ardore. Griziotti ritiene che il fascino del setter inglese nasca dalla forzata fusione di queste doti. Il setter inglese è da sempre “il più amato dagli italiani” e noi italiani, come popolo, tendiamo ad avere il culto dello stile e del bello.

Setter e caccia: l’indole condiziona lo stile

Al cacciatore piace sganciare il proprio cane e vederlo correre veloce al galoppo, ma gli piace anche vederlo farsi cauto e adattarsi, con movenze che difficilmente si riscontrano nelle altre razze, alle condizioni del terreno e del selvatico. Così “lo vedremo schiacciarsi e farsi piccino piccino, prendere quell’andatura radente che lo caratterizza e rendersi quasi invisibile nella folta vegetazione. In marcita lo vedremo tra le due ali prendere il punto in basso, seguire il colatore, in risaia approfittare di tutti gli argini per celarsi, per defilarsi”. Il setter inglese avanza quindi deciso, ma nascosto, lasciandosi guidare dalla struttura del terreno e della vegetazione.
Parimenti, il suo comportamento è condizionato dall’effluvio e quindi dal selvatico. “Alla minima emanazione che viene a impressionare i suoi centri olfattivi lo vediamo rallentare, arrestarsi, schiacciarsi ancora di più, studiare l’aria per decifrare l’emanazione e, a seconda dei casi, riprendere la cerca, o rimanere pietrificato sul posto”. E questo succede se il cane ha fatto tutto bene, questo è quello che il cacciatore dovrebbe imparare ad apprezzare durante l’azione di caccia, questo è ciò che esprime l’animo setter.

A volte però qualcosa va storto

Talvolta però le cose non vanno per il verso giusto, per le condizioni del clima e del terreno o perché l’ardore non è stato controbilanciato dalla cautela. Se questo accade, il setter cerca di rimediare, sembra quasi auto-punirsi. “Se invece per qualche tempo la passione ha superato l’attenzione ed egli si trova improvvisamente vicino alla selvaggina, vedremo il setter quasi colpito dal fulmine precipitare a terra in una posizione qualunque, la più facile da prendere, e rimanervi stecchito, irrigidito”.

Perplessi? Lo erano anche i puristi ai tempi di Griziotti. Ma se abbiamo detto che la prudenza dovrebbe tutelate il setter, ci sono le eccezioni. Queste eccezioni capitano spesso nella caccia. Ciascuno di noi dovrebbe essere consapevole di non cacciare quasi mai nelle condizioni ideali per favorire il cane. Il cacciatore, per esempio, non sgancia sempre in favore di vento. Nel bosco i flussi dell’aria sono interrotti da rami e tronchi, in montagna dalla struttura dei terreni o potrebbe essere troppo secco, troppo caldo o troppo freddo. In condizioni difficili il setter può arrivare a fermare a ridosso della selvaggina, una ferma schiacciata, spesso repentina. Non è questa la ferma che si deve andare a cercare nella razza, ma è una ferma che, in determinate circostanze, ha la sua ragione di essere.

La guidata del setter

Esaminata la ferma, Griziotti passa ad analizzare la guidata, una fase del lavoro alla quale, per esperienza, il cacciatore talvolta presta poca attenzione, eppure, come dice Griziotti e come ben sanno gli inglesi, “è nella guidata che lo stile del setter raggiunge il suo apogeo”.

Che cos’è la guidata innanzi tutto? Con il termine guidata intendiamo l’azione che inizia dopo che il cacciatore ha raggiunto il cane in ferma: è l’invito a raggiungere e a fare involare la selvaggina. Come deve essere la guidata del setter inglese? Griziotti ci dice che “il cane, basso, con i garretti piegati, la coda che sfiora il terreno, il tronco incassato tra le scapole, il naso e gli occhi bassi alla selvaggina, si allunga e si snoda come una pantera e striscia serpeggiando tra le erbe. All’improvviso il cane si schiaccia, si abbassa, si tuffa nella vegetazione scomparendo quasi totalmente alla vista e si arresta. Il contatto è ripreso. Ma no, l’animale si rialza e comincia di nuovo a guidare. Di tratto in tratto si rialza per prendere il vento e per vedere se la selvaggina è volata. Poi ritorna a scomparire. D’improvviso un frullo fragoroso, il cane precipita a terra come se una falce gli avesse troncato i garretti, quasi terrorizzato, ma non sa resistere e tosto si raddrizza sull’anteriore, per seguire con lo sguardo la selvaggina in volo”.

Questa è la guidata ideale, che tutti noi dovremmo e vorremmo vedere. Questa è quella parte di azione di caccia che, più delle altre, per lo meno a mio avviso, può arricchire il piacere dell’abbattimento.

Setter e caccia: quando la velocità è troppa

Anche nel caso della guidata, tuttavia, Griziotti ammette variazioni alla regola e cita la guidata a strappi, con il setter che, da sdraiato, avanza a balzi come farebbe un coniglietto, schiacciandosi a terra a ogni balzo. Detto questo, più di 80 anni fa, l’autore apre una parentesi: il problema della selezione per “eccessiva velocità” nel setter inglese. Corsi e ricorsi storici insomma, che hanno imposto e impongono un cambio di stile ovvero una ferma a terra e una guidata a balzi. Secondo Griziotti, quando la velocità è troppa e la prudenza poca, il setter non può che esprimere la sua azione con queste modalità. Questo fermo restando, come abbiamo già detto, le situazioni ambientali ostili, che possono mettere in difficoltà anche il più prudente dei cani.

Le caratteristiche essenziali del setter sono, secondo Griziotti, la filata e la guidata. E la selvaggina fatta per valutarle è costituita dal beccaccino, dalla starna, dal fagiano selvatico e dalla quaglia selvatica, ma non dalla gabbiarola che “pedina in modo insignificante”. Come prevedibile non troviamo menzionata la beccaccia, che a quei tempi non era ritenuta tra i selvatici d’elezione del cane da ferma.

Il trattamento del terreno

E il terreno come viene esplorato dal setter? “Il setter lanciato nel bosco, o nel canneto, lo affronterà strisciando, evitando di muovere i rami, strisciando i cespugli, curvandosi sotto i rami bassi e le liane, schiacciandosi quasi per soffocare lo sciacquio dell’acqua e del fango”. Nell’estrinsecazione del lavoro del setter a caccia, Griziotti invita a dare più importanza a “quella bella andatura prudente, radente, souple (flessibile), che non alla velocità”. Il setter ideale, conclude Griziotti, deve essere un cacciatore generico, capace di cacciare nel bosco, in palude, in montagna e nei terreni aperti. Questo sia in abbondanza di selvaggina, sia in scarsità della stessa.

Stile e grandissima adattabilità sono quindi le ragioni che hanno trasformato il setter inglese nel cane da caccia più amato dagli italiani.

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