Quanti sono gli ungulati delle nostre Alpi

Quanti sono gli ungulati delle nostre Alpi

Quanti sono gli ungulati delle nostre Alpi? Ecco la fatidica domanda. E la risposta è arrivata dai risultati dello studio sulla stima di consistenza e sul prelievo di ungulati selvatici sull’arco alpino italiano, condotto dalla Commissione tecnica ungulati Uncza.

La domanda è di quelle da un milione di dollari: quanti sono gli ungulati delle nostre Alpi? A formulare una risposta ha fornito un contributo concreto e importante l’indagine (ancora in corso) condotta dalla Commissione tecnica ungulati Uncza, presentata nel 2019 grazie al prezioso lavoro di coordinamento e ricerca di Luca Pellicioli, responsabile tecnico-scientifico dello studio e allora anche coordinatore della Commissione stessa. Questa prima pubblicazione ha proposto la sintesi dei risultati e dei dati raccolti durante le prime sei stagioni venatorie monitorate (dal 2009 al 2014).

Focus su camoscio, cervo e capriolo

Attraverso un percorso condiviso tra i 24 membri di Commissione, ognuno referente per provincia, è stata avviata una sistematica e puntuale raccolta dati (stima di consistenza degli animali censiti e numero degli ungulati prelevati) relativamente alle specie di ungulati poligastrici più rappresentative del territorio alpino, camoscio, cervo e capriolo, con il fine di evidenziarne il trend sia a livello generale, sia in funzione della suddivisione nelle tre macroregioni alpine (occidentale, centrale e orientale) comprese nell’area di studio.

E ancora una volta il contributo e l’impegno dei cacciatori è stato fondamentale per portare a casa il risultato, ossia la definizione di una base dati dettagliata e aggiornata del quadro demografico e del prelievo venatorio delle popolazioni di camoscio, cervo e capriolo, integrando la bibliografia di riferimento a oggi disponibile. Ma non solo per il lavoro fatto sul campo. E a questo proposito merita un’attenta riflessione quanto scrive, tra le altre cose, Luca Pellicioli nella sua relazione introduttiva alla ricerca.

Il mondo venatorio al centro

L’attenzione per la natura appare oggi come un nuovo valore condiviso. Nel contesto culturale che si sta disegnando nella società attuale, in cui si evidenziano particolari sensibilità verso ambiente e fauna, il mondo venatorio può e deve avere un ruolo sempre più centrale dato che, come indicano recenti indagini dell’Ue, otto persone su dieci avvertono che il danno alla biodiversità è un problema molto serio a livello globale. Un problema universalmente sentito quindi, ma da inquadrare meglio. Perché se da un lato possiamo considerare certamente positive queste nuove attenzioni finalizzate al miglioramento della conoscenza e delle interazioni uomo/ambiente/animale e del loro benessere, dall’altro alcuni estremismi e l’assenza di un contatto autentico con la natura selvaggia, animali compresi, hanno talvolta generato una visione fantasiosa e romantica, ma poco realistica della realtà rurale.

«Ed è proprio in questa direzione – scrive Pellicioli – che oggi il mondo venatorio, grazie alla sua profonda esperienza e ai suoi saperi trasmessi di generazione in generazione, può e deve assumere un innovativo ruolo di anello di congiunzione tra uomo e ambiente attraverso iniziative capaci di promuovere e costruire nuove forme di alleanza tra i diversi portatori d’interesse».

Caccia e scienza

Il modo per raggiungere questo obiettivo fondamentale (per tutti, non solo per i cacciatori) è che ogni azione svolta nell’ambito dell’attività venatoria sia supportata da solide basi scientifiche e dati oggettivi che inquadrino la caccia definitivamente nei parametri che governano attente pratiche di conservazione faunistica. La caccia, quindi, non deve essere vista e presentata soltanto come mero atto di prelievo seppur sostenibile, ma come attività al servizio di un’efficace politica conservazionistica di ambiente e fauna, capace di declinare sul territorio azioni e pratiche preziose per la tutela della natura e quindi utili anche alla società scientifica e civile.

Oggi, quindi, non basta più essere buoni cacciatori. Serve un ulteriore salto di qualità, serve che il mondo venatorio intraprenda nuovi percorsi formativi per perfezionare l’esperienza maturata acquisendo nozioni aggiornate relativamente a concetti di biologia, ecologia e sanità della fauna selvatica. E la risposta di molti cacciatori in questo senso è stata forte e chiara.

Una nuova generazione di cacciatori

Grazie a chi ha speso tempo ed energie in impegnativi corsi di informazione infatti, è stata avviata la formazione di una nuova generazione di cacciatori sempre più rispondenti e vicini alle attuali esigenze della società. «L’innovazione del ruolo sociale, culturale e ambientale del cacciatore dovrà seguire nei prossimi decenni due vie» conclude Luca Pellicioli. «Da un lato la crescita delle competenze e la loro messa in rete con altre esperienze nazionali e internazionali. Dall’altro la diffusione del proprio valore e ruolo nella conservazione della biodiversità e nella riqualificazione ambientale sviluppando campagne di awareness raising interne e specifiche per la società. Attraverso la piena consapevolezza del suo ruolo nell’attuale società, peraltro sancito anche dalla normativa europea, il mondo venatorio potrà così porsi nei prossimi anni come figura contemporanea e gestore dell’ambiente».

Proprio da queste premesse e convinzioni nasce l’impegno di Uncza a sostegno della ricerca in ambito faunistico e ambientale. E ad altri lavori si è aggiunta anche questa indagine finalizzata a raccogliere informazioni e dati relativi alla stima di consistenza e al prelievo degli ungulati selvatici sull’arco alpino italiano, con l’obiettivo finale di restituire un oggettivo contributo alla conoscenza del patrimonio faunistico delle nostre Alpi.

Camoscio in calo a est

Per quanto riguarda il camoscio (Rupicapra r. rupicapra), attualmente diffuso, con differenti densità, su tutte le Alpi italiane, l’analisi dei dati raccolti ha evidenziato complessivamente un costante incremento della specie sull’arco alpino (da 119.042 animali nel 2009 sino a 124.847 camosci nel 2014). Il prelievo venatorio complessivo, nel medesimo periodo di studio, ha registrato la media di 12.924 camosci abbattuti, con un minimo di 12.742 nel 2010 e un massimo di 13.160 esemplari nel 2011.

Entrando più nel dettaglio, dall’indagine emerge che la consistenza della popolazione stimata nell’area di studio occidentale è passata da 32.632 animali nel 2009 a 38.463 camosci nel 2014 (crescita del 17,9%), con un valore medio di 36.143. Nell’area centrale si è passati da 15.526 animali nel 2009 a 18.343 camosci nel 2014 (crescita del 18,1%), con un valore medio di 16.953 esemplari. Nell’area orientale, infine, la consistenza ha subito un decremento del 4% passando da 70.884 animali nel 2009 a 68.041 nel 2014, con un valore medio di 69.946 camosci. Complessivamente emerge un incremento della consistenza della specie nell’area occidentale e centrale, mentre in quella orientale, ad oggi maggiormente popolata, si registra un contenuto decremento.

Quanti camosci sono stati prelevati

Parallelamente l’andamento del prelievo nelle tre diverse aree riflette quello della consistenza, risultando in aumento nel settore occidentale e centrale, e in lieve calo in quello orientale. Nell’area occidentale si è passati da 2.708 esemplari prelevati nel 2009 a 3.440 nel 2014. Nell’area centrale gli animali prelevati sono passati da 1.272 nel 2009 a 1.318 nel 2014, mentre nell’area orientale i prelievi hanno fatto registrare un decremento dell’8,4% (da 8.983 nel 2009 a 8.224 animali abbattuti nel 2014).

A livello di percentuale, sulla media del totale delle presenze stimate, due sole regioni (Piemonte e Trentino Alto Adige) costituiscono oltre il 60% dell’intera popolazione di camoscio dell’arco alpino.

Cervo in espansione ovunque

Sull’arco alpino italiano il cervo (Cervus elaphus) è una specie in costante espansione. Da 51.030 animali stimati nella stagione 2009 si è passati a 57.808 cervi nel 2014 (oltre il 13,2% di crescita). L’incremento della popolazione di cervo ha conseguentemente determinato l’aumento della presenza di questa specie sul territorio alpino, permettendo così l’avvio dell’attività venatoria e l’incremento dei piani di prelievo in diversi comprensori. La consistenza degli esemplari prelevati è così passata da 8.933 (stagione venatoria 2009) a 10.492 cervi (stagione 2014). L’approfondimento del dato evidenzia una percentuale di prelievo che varia da un minimo di 17,51% (nel 2009) a un valore massimo di 20,56% (nel 2012), con una media del 19% per tutto l’arco temporale considerato.

Quanti sono i cervi sulle Alpi

Nel dettaglio, circa la consistenza della popolazione stimata, nell’area occidentale questa è passata da 6.412 animali nel 2009 a 8.225 cervi nel 2014 (incremento del 28,3%), mentre in quella centrale da 8.258 nel 2009 a 11.341 esemplari nel 2014. La specie ha fatto registrare un innalzamento della consistenza anche nell’area orientale (da 36.360 cervi nel 2009 a 38.242 nel 2014; incremento del 5,1%). Complessivamente emerge una stabilizzazione della specie nell’area orientale, quella attualmente più popolata, mentre nell’area occidentale e soprattutto centrale il cervo registra un significativo incremento.

Nell’area occidentale il prelievo venatorio è variato da 847 (2009) a 1.167 cervi nel 2014 (incremento del 37,9%), mentre nell’area centrale da 1.247 animali nel 2009 a 1.732 nel 2014 (incremento del 38,8%). Nell’area orientale si è passati da 6.839 cervi abbattuti nel 2009 a 7.593 nel 2014 (incremento pari al 11%).

Capriolo in difficoltà

Il capriolo (Capreolus capreolus) è presente con continuità lungo tutte le regioni dell’arco alpino italiano, dal Friuli-Venezia Giulia sino alla Liguria, dove ha occupato buona parte del suo areale potenziale. Relativamente a questo ungulato è emerso un andamento discontinuo delle stime di consistenza che sono passate da 154.770 animali (prima stagione 2009) a un massimo di 167.282 (stagione 2011) sino a 163.900 caprioli (stagione 2014), con una media annuale nel corso dei sei anni di studio di 163.011 animali (crescita del 8%). Parallelamente il prelievo venatorio ha evidenziato il valore più basso nel 2009 con 23.524 caprioli abbattuti e un massimo di 26.427 nel 2012, con una media annuale di 25.329 animali prelevati.

Quali sono le cause del declino

Il quadro ottenuto rispecchia le difficoltà che questo piccolo cervide ha incontrato negli ultimi anni per molteplici cause, tra le quali hanno avuto un ruolo fondamentale i cambiamenti ambientali che hanno inciso negativamente sulla dinamica di questo ungulato selettore di concentrati che esige alte qualità dell’habitat in cui vive.

Nel dettaglio, la consistenza della popolazione stimata nell’area occidentale è passata da 25.953 a 31.854 caprioli, quella nell’area centrale da 13.245 (2009) a 13.306 animali nel 2014, mentre nell’area orientale si è passati da una stima di 115.572 caprioli a quella di 118.740 animali nel 2014. Complessivamente emerge un andamento discontinuo della consistenza della specie nei tre areali, con una tendenza all’incremento nell’area occidentale.

Per quanto riguarda i dati dei carnieri, nell’area occidentale i numeri dei prelievi sono passati da 4.664 nel 2009 a 6.195 nel 2014. Nell’area centrale da 692 (2009) a 818 caprioli ( 2014) e, infine, nell’area orientale da 18.168 nel 2009 a 18.627 prelievi nel 2014.

Sfide future

Da una parte l’indagine per capire quanti sono gli ungulati delle nostre Alpi svolta dalla Commissione tecnica ungulati Uncza, attraverso gli innumerevoli dati raccolti, ha permesso di contribuire alla definizione di un data base dettagliato e aggiornato del quadro demografico e del prelievo venatorio delle popolazioni di camoscio alpino, cervo e capriolo. Dall’altra, però, si sottolinea che la raccolta di queste informazioni e l’aggiornamento continuo della base dati informatica è stato un processo complesso, anche per la frammentazione delle informazioni presenti sul territorio, che ha richiesto il coinvolgimento di più enti di diverso livello nella raccolta iniziale dei dati e per gli aggiornamenti ripetuti negli anni.

Nel corso dell’indagine sono emerse anche criticità legate alla non corretta comunicazione dei dati, difficoltà amministrative nel reperire informazioni e soprattutto la carenza di adeguati strumenti informatici che permetterebbero di ottimizzare il lavoro svolto. A oggi infatti, non tutte le realtà dispongono di banche dati aggiornate, in grado di dialogare tra loro e fornire informazioni in tempo reale.

Serve sinergia operativa

L’auspicio è che in futuro si possano trovare soluzioni adeguate nella logica di una sinergia tra i vari stakeholder impegnati nello studio di queste specie. Va, inoltre, segnalato che al momento della pubblicazione della ricerca non è stato possibile accedere ai dati di tutti i Parchi regionali e nazionali presenti all’interno dell’area di studio, e che pertanto si è stabilito di non includere nelle stime di popolazione i dati delle aree protette auspicando di integrarli in un prossimo futuro.

Perché l’obiettivo della Commissione è quello di proseguire l’indagine implementando i dati raccolti ed elaborati sino a oggi con altre tipologie di informazioni tecniche e sanitarie disponibili, per contribuire fattivamente a una miglior conoscenza della presenza di questi animali sul nostro territorio. Cioè per definire meglio quanti sono gli ungulati sulle nostre Alpi. Lo studio della fauna selvatica, infatti, è uno dei pilastri su cui si sosteranno le sfide che attendono i territori alpini nei prossimi decenni e la colonna portante della caccia del futuro.

Si ringraziano il presidente di Uncza Sandro Flaim la gentile concessione alla pubblicazione di parte di quanto contenuto nel quaderno “Studi e ricerche 2” 2019 ed Enrico Garelli Pachner per la preziosa collaborazione.

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