Pedersoli Rolling Block: presentazione e test a caccia

La polvere nera non è solo materia per inguaribili nostalgici: può essere una filosofia che ben si adatta a una visione attenta al rapporto con il selvatico, lo dimostra l’uscita a caccia con il Pedersoli Rolling Block.

Chiudo l’anno così come l’ho iniziato: ad avancarica, stavolta imbracciando il Pedersoli Rolling Block. Sul primo numero di Caccia Magazine ho scritto della mia iniziazione al mondo della polvere nera applicato alla caccia di selezione. Ho raccontato di un’uscita a cinghiali non baciata dalla fortuna. Era grosso modo il periodo in cui sto scrivendo queste note e la nebbia mi aveva impedito la corretta identificazione del selvatico e un tiro in sicurezza. Mi ero ripromesso che avrei tentato nuovamente e l’occasione si è presentata presso l’Azienda faunistico e agrituristico venatoria di Fiordimonte. Niente cinghiali, stavolta, ma un piccolo di daino. Con Pedersoli.

Pedersoli Rolling Block: la solita preparazione

Mi sono avvicinato alla caccia ad avancarica per mettere alla prova le mie competenze. Non uso volutamente il termine sfida perché non è di questo che si tratta. Se di sfida si fosse trattato, mi sarei limitato a bucare un bersaglio mentre la caccia ha compimento nel prelievo, che deve sempre e comunque essere responsabile e rispettoso del selvatico. Avvicinarmi a un mondo lontano anni luce dal mio modo di praticare la caccia e di intendere la balistica venatoria (anche se storicamente è solo poco più di un secolo) ha richiesto uno sforzo. Quello di entrare in sintonia con la filosofia che lo ispira.

Le differenze sembrano tante; quello che non può venire meno sono la sicurezza, verso me stesso e nei confronti degli altri, e la conoscenza della balistica della polvere nera. Senza una sua corretta comprensione non sarebbe pensabile fare gestione. Il risultato di questo travaglio sono stati svariati passaggi in poligono, nel corso dei quali ho cercato e ottenuto conferma delle regole che governano questo mondo. Che non sono concettualmente differenti da quelle con cui ci si confronta parlando di polvere infume ma vanno capite, interpretate e assimilate. Anche a costo di qualche errore, che è bene analizzare preventivamente sul solito bersaglio di carta piuttosto che sul selvatico.

Pedersoli Rolling Block: uno sguardo all’energia cinetica e alla traiettoria

Sono quindi partito dalla ricetta selezionata per la prima uscita: 105 grani di polvere svizzera numero 2 (preparata prima dell’uscita in contenitori antistatici monodose) e la palla Sst Ml da 250 grani di Hornady, qui accolta da un sabot polimerico e presente anche come componente nel munizionamento moderno. Questo caricamento garantisce una velocità di 560 m/s alla volata cui corrisponde un’energia cinetica di 2.540 Joule.

Gli aspetti di cui tenere conto sono due. Innanzitutto l’energia cinetica, che cala rapidamente: 2.037 Joule a 50 metri e 1.628 J a 100. Sono valori contenuti se raffrontati a un caricamento moderno ma sostenuti dal diametro del proiettile consentito dal Pedersoli Rolling Block utilizzato nell’occasione. Il calibro nominale dell’arma è .50 ma l’adozione del sabot impone qualche rinuncia a fronte di effetti terminali più efficaci rispetto a quelli che si potrebbero ottenere con un proiettile in piombo puro. Il diametro effettivo del proiettile è pari a .45 (11,5 mm). Da tenere ben presente è anche il vistoso calo della traiettoria, la cui curva è più accentuata rispetto a un caricamento moderno. Con arma tarata a 100 metri, raddoppiando la distanza la palla cala di 45 centimetri.

Un dato confortante me lo ha fornito il poligono. Utilizzando un approccio moderno nel dosaggio della polvere e lavorando sulla ripetitività delle operazioni il risultato è garantito da prestazioni prevedibili e costanti. Ecco perché la conoscenza, quindi una buona dose di manualità maturata in poligono, è indispensabile per affrontare in serenità il confronto con il selvatico.

La risposta alla domanda

A caccia sono stato assistito da una giornata limpida, senza impedimenti atmosferici. L’inizio della cacciata si è svolto da altana. Il piccolo – una femmina – in questa fase iniziale non si è visto. L’ho successivamente individuato dopo una breve cerca, al termine della quale si è concretizzata l’occasione per un tiro a circa 75 metri, una distanza più che adeguata all’arma. A quel punto ho appoggiato l’innesco sul luminello, abbassato l’elemento intermedio che funge da percussore e ho potuto tirare il grilletto per dare una risposta alle mie domande.

L’animale si è spento sul posto ponendo la parola fine a un progetto che avevo in piedi da troppo tempo e fornendo una risposta alla mia curiosità. Un abbattimento pulito, quindi, che sul selvatico si è concretizzato con un foro d’entrata netto e uno d’uscita ben più marcato; il proiettile ha impattato con la scapola producendo la sua frammentazione e rendendo la spalla destra parzialmente inutilizzabile in cucina. Il tramite ha interessato la zona vitale dell’animale senza lasciargli scampo anche grazie alla funzionalità dell’ogiva Sst, che in tutte le occasioni in cui l’ho messa alla prova non ha mancato di trasferire in maniera repentina ed efficace l’energia sul selvatico.

Caccia con l’avancarica: per molti, forse non per tutti

La caccia ad avancarica rappresenta un territorio ideale nel quale sarebbe bello che ogni cacciatore, prima o poi, si misurasse. Se affrontata con responsabilità e la corretta dose di conoscenze impone un confronto molto leale con il selvatico. Le distanze devono essere necessariamente più corte. Anche in presenza di armi capaci di una precisione notevole sulle lunghe distanze va infatti tenuta in considerazione l’energia cinetica, decisamente inferiore a quella di un’arma a retrocarica in un calibro moderno.

Si tratta di una pratica che non deve essere relegata alla categoria del “simpaticamente démodé”. Richiede infatti un elevato livello di conoscenza delle norme che governano la balistica, di essere molto onesti con sé stessi e di aver confidenza con il proprio strumento di riferimento. Le procedure che precedono il tiro – mi riferisco al caricamento – possono apparire anacronistiche ma impongono un accesso più meditato che potrei definire, rubando un termine alla cultura dominante che non mi piace ma rende bene l’idea, slow piuttosto che fast.

Un’esaltazione della lentezza del movimento, della meditazione, della cura e della dedizione per quello che ci piace. Una sfida con sé stessi, questa volta davvero. Ci impone di conoscere le abitudini del selvatico che abbiamo nel nostro piano di abbattimento per poterci avvicinare a sufficienza ed effettuare un tiro con le necessarie possibilità di successo. Insomma, un altro livello di caccia, un livello evoluto, dove non è bravo chi spara più lontano ma chi sa integrarsi nel modo migliore nell’ambiento che lo circonda. E questa è la caccia che mi piace.

L’articolo completo su Caccia Magazine gennaio 2021, in edicola da metà dicembre.

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