Il fascino discreto del pointer

pointer

Il pointer mantiene stretta la sua identità di cane da ferma per eccellenza. Il perché ce lo spiegano i suoi amatori: Terry Harris dall’Inghilterra e Nedo Feggi dall’Italia. 

Il pointer… Ci ho messo un po’ a capirlo: all’inizio, parlando di inglesi, non avevo occhi che per il setter. Tanto è sinuoso e scaltro il setter, tanto è limpido e lineare il pointer. La morbidezza si contrappone alla rigidità, i fronzoli all’essenziale. Il pointer è un cane essenziale, nelle forme come nel temperamento. Non c’è nulla di superfluo nella sua costruzione, c’è solo quel che serve per farlo funzionare al meglio.

Anche la sua personalità è lineare: è un cane riservato, ma allo stesso tempo aperto a mostrarsi per quel che è. Cercare di capire davvero il pointer contrapponendolo al setter (e viceversa) non produce grandi risultati. Noi italiani ci siamo sempre ostinati a confrontarli, cercando di capire quale dei due fosse il migliore: ma ha davvero senso comparare due creature così diverse?

Il pointer si lascia definire dal suo stesso nome

Una parola breve e semplice, pointer, lo identifica come il fermatore. E viene da chiedersi: se il pointer è il cane da ferma per antonomasia, perché a caccia lo si vede sempre di meno? Azzardo qualche ipotesi: ambiente di caccia non favorevole; declino della caccia con il cane da ferma; separazione tra cinofilia venatoria e caccia. Non ho certezze, non credo esistano verità assolute e sono portata a credere che i numeri dei pointer a caccia siano bassi per tante cose messe insieme, più che per una sola.

Ma il pointer da caccia è quello da prove? Esiste un solo pointer o ne esistono due? Sarebbe interessante capire quanti, sul totale, siano i pointer che gareggiano e quanti siano quelli che vanno a caccia. Già nel 1996, in un articolo pubblicato nell’annuario del Pointer Club, illustri appassionati come Francesco Ravetta (titolare dell’affisso Clastidium) esprimevano preoccupazione per come la ricerca del campionissimo da prove stesse modificando la razza. Anche Arkwright, agli albori della razza, esprime perplessità sulla funzione delle prove come strumento di selezione: la caccia non andrebbe mai dimenticata. Ma non divaghiamo oltre e diamo la parola a chi il pointer lo utilizza, lo conosce, ma soprattutto lo ama.

Il pointer visto dall’Inghilterra: Terry Harris

pointer
Terry Harris e Ft. Ch. Koram Gemma Sparkfield Scarlet, vincitrice del Champion Stake 2019

Ho conosciuto Terry nel 2015. Terry è uno di quei cinofili che riesce a prepararti qualsiasi cane: ha una labrador ben addestrata, ha preparato e condotto uno dei rarissimi setter gordon che sono diventati campioni assoluti. Terry è un uomo di pointer, li alleva con l’affisso Sparkfield dal 1974 e ha laureato un numero incredibile – trattandosi di un micro allevamento amatoriale – di campioni di lavoro.

Gli ho chiesto di raccontarmi qualcosa di lui e dei pointer ed è stato difficilissimo farlo parlare. Minuto e piccolo di statura, Terry è una di quelle persone che parla con i fatti: Terry sgancia i cani e mostra in chiaro il risultato delle sue scelte selettive e dei suoi metodi di addestramento. Siccome Terry non ama scrivere, quanto segue è una traduzione del poco che sono riuscita a cavargli. Forse è poco, o troppo poco pointer, ma fatene tesoro, Terry è uno che sa.

«Stando alla mia memoria, c’è sempre stato un cane da lavoro in famiglia. Il primo era un incrocio tra un whippet e un greyhound, poi sono arrivati i setter, irlandesi e inglesi. Mi sono appassionato ai cani da ferma grazie a un setter, ma il 1980 è stato l’anno della svolta. Ho incontrato Joyce Dammerell e mi sono innamorato dei pointer. Joyce era un’infermiera in pensione, ma era anche una grandissima addestratrice di cani da caccia. Allevava pointer con l’affisso Sparkfield e dopo avere visto i suoi cani correre sulle colline, ho deciso di volere un pointer. Pian piano siamo diventati grandi amici e quando si è ammalata mi ha chiesto di aiutarla a preparare i cani: ho ereditato l’affisso Sparkfield da lei.

«Inizio col dirvi come si sceglie, a mio avviso, un cane. Prendete un cucciolo della miglior genealogia disponibile, il tutto ovviamente in relazione a quanto potete permettervi. Nel scegliere un cane voglio un buon temperamento, il desiderio di interagire con me, una prorompente passione di cacciare abbinata a un istinto naturale a fermare. Tendo a scegliere i cani intorno ai 42 giorni di vita. Valuto i colori e la costruzione e poi, tra quelli che preferisco esteticamente, scelgo quello che vuole giocare e interagire con me. In base alla mia esperienza, i cuccioli più interattivi sono quelli più facili da addestrare. Sull’addestramento esistono libri e video, ma io parto dal presupposto che ogni cucciolo è diverso dall’altro: non dobbiamo avere paura di provare nuovi metodi.

«Dopo che il cucciolo si è ambientato, consiglio di iniziare dall’addestramento di base. Inizio con “seduto”, “terra” e “vieni” nel mio giardino. Faccio questo giochino spesso, anche se per brevi sessioni perché i cuccioli faticano a rimanere concentrati a lungo. Non dimenticatevi di essere sempre positivi, di incoraggiare i cuccioli e di far loro un sacco di complimenti quando fanno la cosa giusta, l’addestramento deve essere un momento di gioia.

«Libero i cuccioli solo quando sono sicuro che tornino al richiamo e che eseguano il terra a comando. A quel punto esco dal cortile, ma non li porto dove c’è selvaggina. Voglio avere il controllo e devo evitare che il cucciolo sparisca all’orizzonte. Non ho mai fatto uso del collare elettrico, né della corda lunga. Lo strumento che utilizzo per addestrare è la voce e la uso proprio come farei con uno strumento musicale. Il tono di voce è tutto, il tono che usiamo per dare gli ordini al cane gli fa capire tantissimo. Ogni sessione di addestramento deve chiudersi in positivo e con una pioggia di lodi.

«La prima fase di lavoro in campo si basa sempre sull’addestramento dei comandi di base. Questa fase dura settimane, a volte mesi. Solo quando, finalmente, ritengo di avere pieno controllo sul cucciolone inizio a lavorare sul percorso. La direzione del vento è importantissima, specialmente se stiamo addestrando un cane giovane: io sgancio con il vento che mi soffia in faccia perché questo incoraggia il cucciolo a stare correttamente sul vento. I cani vogliono correre sempre davanti a noi, io sfrutto questa cosa per insegnargli il percorso (destra e sinistra): sgancio il cane indirizzandolo in avanti, poi gli giro la schiena e vado nella direzione opposta inserendo un colpo di fischietto che, da lì in poi, userò come comando per farlo girare. Con questo trucco il cane, vedendomi andare via di schiena, cambierà direzione: è così che inizio a costruire il percorso.

«Ci vogliono circa due anni per avere un cane perfettamente addestrato. Quando lo avrete, vi sentirete soddisfatti. Essere consapevoli di riuscire a controllare questo splendido animale fa bene all’anima. Ci si sente orgogliosi nel vederlo muoversi sul terreno con velocità e stile alla ricerca del selvatico. Non c’è nulla di paragonabile al piacere che si prova nel condurre un cane da caccia. In questa azione ci si rende conto che noi e il cane stiamo lavorando in squadra. 

«Ricordatevi che nessun cane nasce già addestrato, che nessun cane si addestra da solo e che nessun cane resta addestrato, bisogna lavorarci e mantenere i risultati raggiunti. Ognuno ha il cane che si merita.

«Ma veniamo ora alla domanda chiave: perché il pointer? Una domanda apparentemente banale, ma a cui è difficile rispondere: mi sento come se mi avessero chiesto se preferisco le bionde o le more. Molte cose ci influenzano nella vita. Nel mio caso sono stato colpito dalla forza e dall’atleticità del pointer, unita all’intensità della sua ferma. Queste cose mi hanno fatto scegliere la razza. Mi piace veder correre un cane stilista e veloce, ma mai più veloce del suo naso, mi piacciono intelligenza naturale e istinto».

 Dal Mezzano la voce di Nedo Feggi

pointer
Neil, Beatrice e Ciucc, di Nedo Feggi

«Ho iniziato a nove anni ad accompagnare mio padre a caccia. Con ogni cautela mi è stato permesso di avvicinarmi a quel mondo stupendo e affascinante che ancora è parte del mio vissuto. A 16 anni ho avuto la mia prima licenza e mio cugino Carlo mi ha regalato il primo cane: un magnifico pointer del Celo, bianco e nero. Tanto lui era bravo cacciatore quanto io uno scarso scarso cinofilo, seppure fossi già prontissimo a bloccare all’alzata il frullo dei beccaccini. La caccia al beccaccino mi è rimasta dentro, così come il pointer. Ho cacciato in molti luoghi e condizioni, con cani di diverse razze, ma sulla selvaggina da piuma solo i pointer mi hanno regalato quello che penso ogni cacciatore vorrebbe aver vissuto.

«Del mio primo pointer, bravissimo, non ne capivo le doti, non ero alla sua altezza. Cacciava d’istinto, come si conviene alla sua razza, senza che l’avessi mai addestrato, anzi, è stato lui ad addestrare me. Nevrile e insanguato come un vero purosangue, intelligente, ma altrettanto essenziale in ferma. Indomito e coraggioso, affrontava ogni tipo di selvatico e di terreno. Generoso e umile nella ricerca costante della selvaggina, ma allo stesso tempo fiero del suo carattere straripante. Docilissimo seppure sempre attento al suo “amico uomo” per riceverne l’approvazione.

«A volte non ho colto la sua sensibilità, spesso non ne ho percepito l’intensità caratteriale e l’istinto di tenera propensione verso chi considerava il suo leader. Ho capito tardi che tanta gentilezza d’animo andava ricambiata. In quegli anni adoperavo ancora il guinzaglio per condurre il cane, che spesso rimaneva chiuso nel suo box. Dopo quegli errori, i miei cani nascono e vivono liberi, non uso più il guinzaglio, se non raramente quando da piccoli sbagliano. Questo li educa alla perdita della libertà, non applico nessuna forma di addestramento, ma trascorro con loro tutto il mio tempo. Mi limito a risvegliare sin dai primissimi mesi il loro istinto unendo le passeggiate all’azione della caccia dei più grandi che i cuccioli osservano incuriositi, fino a cercare di emularne il comportamento.

«A quel primo pointer bravissimo e incompreso sono seguiti altri cani di altre razze, ma da oltre vent’anni sono tornato ai pointer fino a incontrarne, tra gli altri, cinque bravissimi e stupendi: mi rimarranno nell’animo e nei sogni fino al termine dei miei giorni. I pointer sono cani da caccia superlativi, per moltissimi aspetti eccellenti anche da compagnia e li prediligo tra tutti, forse perché mi sento un po’ selvaggio e indipendente come loro.

«I miei pointer migliori erano talmente affiatati e abituati a considerami la loro guida che sono uscito a caccia anche con quattro di loro contemporaneamente: gli amici si meravigliavano di come fossero collegati a me senza troppi fronzoli e difficoltà. Mi bastava un fischio per attirare la loro attenzione e un gesto del braccio per indirizzarli, era una gioia immensa vederli cacciare in direzioni diverse quando all’improvvisa ferma di uno qualsiasi di loro corrispondeva l’immediato consenso degli altri, distanti anche centinaia di metri. È stato uno spettacolo unico e indimenticabile che mi porto nel cuore.

«Certamente sono di parte, carente di obiettività e tifoso dei pointer, ma parlo per esperienza diretta e considero uniche le emozioni condivise con alcuni di loro fino a diventare amici veri anche dopo la loro dipartita. Non credo di poter dire di più, per me i pointer sono unici e come tali vanno capiti, accettati e apprezzati».

Scopri le ultime news sul mondo venatorio e leggi altri articoli dedicati alla caccia sul sito Caccia Magazine.