Il campano: la colonna sonora della caccia

campano
Nalù di Giovanni Mastroianni

L’emozione della caccia alla beccaccia con il campano è impagabile. Come una colonna sonora di un film, il suono del campano racconta e descrive ogni momento dell’azione di caccia del nostro ausiliare. 

La beccaccia, uccello bellissimo e misterioso, oggetto del desiderio di ogni cacciatore con il cane da ferma, oltre a essere un mito è anche un personaggio letterario. Nel corso degli anni moltissimi letterati, scrittori e poeti si sono interessati nelle loro opere alla regina del bosco, scrivendo anche del romanticismo e della passione che avvolgono la caccia a questo fascinoso selvatico. Oltre ai tanti libri e alle centinaia di articoli naturalistici o di tecnica venatoria, sono stati scritti decine e decine di racconti che vanno dalle modeste prove letterarie di semplici appassionati, a pagine indimenticabili di illustri autori che, di questo argomento, hanno reso la letteratura venatoria ricchissima.

Mai di nessun altro selvatico si è studiato, si è scritto e si è chiacchierato così tanto nel mondo della caccia con il cane da ferma. Di quest’ultimo, poi, se ne parla da sempre. Su quale sia la miglior razza, su come deve essere il cane da beccacce e sull’eterna diatriba tra campano e nuove tecnologie per il reperimento del cane sono stare scritte e dette milioni di parole. Insomma, quasi alla pari della caccia alla signora della selva, l’interesse verso il cane specialista e verso tutti quegli accessori a esso dedicati per supportarci durante l’azione di caccia sembra essere sempre di straordinaria attualità. Pertanto, la Scolopax rusticola, uno dei pochi uccelli veramente selvatici che abita ancora i nostri boschi, assume sempre più il ruolo di simbolo di una caccia vera per cacciatori veri.

L’altra faccia della medaglia

Purtroppo però, esiste anche l’altra faccia della medaglia. L’odierna realtà è spesso ben lontana da quel romanticismo che fa parte dell’immaginario collettivo di ogni vero beccacciaio. Intorno alla caccia alla beccaccia è stato fatto e si continua a fare così tanto rumore che quella che fino a un recente passato era una passione viscerale da coltivare quasi in religioso silenzio, tanto da farne un vero e proprio stile di vita, per molti si è trasformata in un feroce accanimento di predazione, messo in atto da individui bramosi di visibilità e protagonismo, che fanno a gara a chi esibisce più cadaveri, mostrando foto macabre e volgari che hanno reso quella che era una vera e propria disciplina un disgustoso fenomeno mediatico contagioso, che spinge chiunque abbia desiderio di apparire a rincorrere questo selvatico a tutti i costi.

Malgrado tutto però, se tutti questi nuovi “specialisti” capissero che, anziché passare il tempo sui social, sarebbe meglio prendersi la briga di studiare l’etologia della beccaccia e di documentarsi sulle problematiche e sullo status della specie, e imparare a rispettare il selvatico e le regole etiche della caccia, magari andando a rileggere quei trattati di sana e illuminata letteratura venatoria, forse quel smoderato istinto predatorio potrebbe trasformarsi in esaltazione dei valori di questa nobile arte venatoria. Così facendo, questa passione che accomuna tantissimi cacciatori potrebbe conservarsi molto più a lungo nel tempo. È, infatti, la cultura cino-venatoria che distingue il beccacciaio dallo sparatore di beccacce.

 Il fuoco ardente della passione

Fin da quando ero giovanissimo per me la caccia alla beccaccia è sempre stata – ed è – un fuoco adente che mi pervade completamente; è un innamoramento totale per questo malioso scolopacide che mi ha portato e mi porta a una percezione poetica di tutto ciò che lo circonda, del cane, del campano, della doppietta, dei colori e dei profumi autunnali del bosco. Citando Jean-François Soucasse, “è la sublimazione che costituisce l’essenza stessa di questa caccia”. Insomma, l’amore che il vero beccacciaio nutre verso la beccaccia è qualcosa di incomprensibile ai più e, forse, il miglior modo per definirlo è racchiuso in un celebre verso di Dante Alighieri: “intender non lo può chi non lo prova”.

Ed è proprio per questa percezione poetica della caccia, che sentono i beccacciai romantici, cultori e custodi delle più antiche tradizioni che, da sempre, hanno contraddistinto questa ars venandi, che ci sono due cose che in trentuno anni di caccia alla beccaccia non sono mai mancate al collo dei miei cani. Un collare in cuoio e un campano sardo, entrambi rigorosamente artigianali. Con l’evoluzione dei tempi, nella caccia come nella vita quotidiana, è entrata prepotentemente la tecnologia e, volenti o nolenti, noi tutti ne siamo stati travolti. Di conseguenza, nel corso degli anni, chi poco chi tanto, tutti ne abbiamo fatto uso e continuiamo a farlo, avvalendoci di strumenti sempre più tecnologici.

Beccacciaio romantico

Tuttavia a caccia, seppur con qualche piccola trasgressione (un semplice beeper in modalità “solo ferma” accoppiato al campano e soltanto in casi particolari), io rimango un beccacciaio romantico. In particolare, sono sempre stato affascinato dai campani sardi con batacchio in osso o corno, unico strumento che ci permette di seguire e leggere il lavoro del nostro cane in tutte le sue fasi e nelle sue minime sfumature quando, materialmente, non lo vediamo. Ne sono rimasto talmente affascinato che, fin da ragazzo, oltre a farne costantemente uso, ne faccio anche collezione.

Oggi possiedo più di cento campani, tutti tassativamente forgiati e battacchiati a mano e tutti, a giro, usati a caccia. Ogni campano mi ricorda un cane, un episodio, un’azione di caccia, una giornata particolare. Insomma, ogni mio campano ha una sua storia e porta con sé un’emozione. In tutti questi anni di artigiani ne ho conosciuti tanti, ma chi realmente è riuscito sempre, grazie alla sua competenza e disponibilità, a soddisfare le mie particolari richieste anche in fatto di suoni e di batacchi, è l’amico e maestro artigiano Alessio Mascia.

La scelta del campano

Senza volermi atteggiare a moralista e rispettando le scelte di ciascuno (ognuno caccia come meglio crede nei limiti stabiliti dalle norme di legge), ritengo che la caccia alla beccaccia praticata in maniera tradizionale rievochi una caccia dal sapore antico, riporti alla solitudine del bosco in cui il cacciatore si immerge con il proprio cane, alla selva, alla vita agreste e al suono bucolico del campano. Sì, proprio il campano, oggetto che identifica il cane da beccacce e il beccacciaio.

Per chi, come me, è appassionato di caccia alla beccaccia, il suono melodico del campano è e sarà sempre una cosa ineguagliabile e insostituibile tanto che, oltre a farne oggetto di culto, immaginare una giornata a caccia di beccacce senza quel poetico battacchiare sarebbe impensabile. Pertanto, la scelta di quest’ultimo diventa un momento quasi mistico. Per questa scelta, che reputo importantissima per godere appieno di una giornata di caccia, e per quanto mi riguarda partendo dalla conditio sine qua non che sia un campano artigianale sardo dal suono non metallico, mi baso su tre aspetti fondamentali: estetica e dimensioni; tipo di suono relativamente alla vegetazione e alle condizioni climatiche in cui caccio; taglia e tipo di cerca del cane.

Estetica e suono del campano

L’aspetto estetico (la forma) è semplicemente una questione di gusti personali. A me piacciono tutti. La cosa importante però, per quanto riguarda le dimensioni, è che il campano sia rapportato alla taglia del cane, altrimenti potrebbe diventare un impedimento e un fastidio per il nostro compagno di caccia e non gli permetterebbe di espletare al meglio il suo compito. Ad esempio, per un cane di taglia media sono più indicati i campani di forma tonda e quadra, e non quelli di forma allungata e, comunque, tutti di dimensioni medie.

Il tipo di suono va scelto in base alla vegetazione in cui si caccia e alle condizioni climatiche della giornata. Se si caccia in una giornata uggiosa, caratterizzata da nebbia e pioggerellina, e nella vegetazione fitta e intricata, o in una giornata di metà ottobre-inizio novembre – anche se con condizioni climatiche ideali – in cui ancora parte delle foglie sono ancora sugli alberi e gli spineti e i roveti sono ancora abbastanza verdi e rigogliosi, è da preferisce (direi è necessario) un campano dal suono acuto. Se, invece, la giornata di caccia è una tipica giornata invernale, soleggiata, fredda e senza pioggia, con alberi spogli e sottobosco ormai secco e aperto, oppure se si caccia in faggete e abetaie, è consigliabile un campano dal suono grave. In giornate ventose, entrambi i suoni possono andare bene, ma io preferisco l’acuto.

Inglesi e continentali

Taglia e cerca del cane sono altri due fattori molto importati per la scelta del campano. Per gli inglesi di taglia grande e con cerca molto ampia (nel raggio di circa 250-300 metri che, salvo rare eccezioni, per me è più che sufficiente) è consigliabile utilizzare, in qualsiasi circostanza, un campano grande dal suono acuto. Di contro, per cani inglesi di taglia media e con cerca più contenuta sono più indicati campani di dimensioni medie e con entrambi i tipi di suono a seconda delle circostanze di vegetazione e di condizioni climatiche che cane e cacciatore si trovano ad affrontare.

Se si caccia con i continentali la scelta è più semplice. L’aspetto estetico rimane soggettivo, le dimensioni si adeguano alla taglia e il suono si sceglie in base all’orecchio del beccacciaio e alla cerca del cane. Ad esempio, a uno spinone di taglia grande e dalla cerca non molto ampia secondo me ben si addice un campano grande, dalla forma allungata e dal suono grave. Se il proprio ausiliare invece è un breton, la cui taglia, in genere, è medio-piccola e la sua cerca è vivace ma, comunque, non molto ampia, il campano consigliato, almeno secondo i miei gusti, sarà di forma tonda o quadra, di dimensioni ridotte e dal suono che rispecchia la sua cerca brillante, quindi acuto. Ovviamente a questi esempi si aggiungono centinaia di variabili impossibili da prevedere.

Leggere il campano

Partendo dal presupposto che nessun strumento elettronico può restituire le informazioni in maniera così continua e dettagliata sul lavoro del cane come può farlo un campano, vediamo ora come interpretare tutte le azioni messe in campo a caccia nel bosco da un ausiliare attraverso la “lettura” del suono del campano (sì, basta saperlo “leggere” e il campano è un libro aperto).

Ovvio è che, per poter leggere al meglio il campano, bisogna rimanere costantemente concentrati sul suo continuo battacchiare, ascoltarne ogni minimo cambiamento di suono, prestando attenzione a ogni sfumatura, in modo da poter seguire con l’orecchio, attimo per attimo, il lavoro del cane e, nello stesso tempo, rimanere sempre collegati con lui.

Quel filo sottile

Già, perché oltre a raccontarci che cosa sta facendo il nostro ausiliare attimo dopo attimo, il campano è l’unico mezzo efficace per mantenere il collegamento tra cane e cacciatore, cosa importantissima ai fini di quella proverbiale simbiosi che ha fatto di questa forma di caccia una vera e propria arte venatoria.

E lo stare costantemente attenti a non perdere il collegamento con il cane usando l’udito, la tensione che ci porta ad accelerare o diminuire il passo in base al mutare del suono del campano, l’emozione che si prova quando il campano tace, la scarica di adrenalina che si ha durante la spasmodica ricerca del cane in ferma, il battito cardiaco che sale fino in gola quando, piazzati al servizio del cane, si attende il frullo, non significa essere in un continuo stato di ansia. Significa semplicemente vivere intensamente, con gioie e dolori, una vera giornata di caccia alla beccaccia e il melodioso rintoccare del batacchio ne è la colonna sonora.

Non per tutti

Al contrario di quello che molti pensano, il campano non è un accessorio che possono portare, o meglio usare, tutti i cani. Per poter sfruttare al massimo le potenzialità del campano non servono cani robotizzati, capaci solo di correre su e giù per il bosco come pazzi (anche se in stile di razza), ma servono cani dotati d’istinto venatorio, d’intraprendenza e, soprattutto, d’intelligenza. Cani che, inglesi o continentali che siano, sappiano adeguare la cerca al campano che portano al collo, mettendo sempre (salvo rare eccezioni) il cacciatore in condizione di sapere esattamente dove si trovano e che cosa stanno facendo, il tutto per concludere nel migliore dei modi un’azione di caccia in cui cane e cacciatore diventano una cosa sola. Non dimentichiamo che il nostro cane è felice se noi siamo felici e viceversa. Entrambi siamo essere viventi e viviamo di emozioni. Sì, anche i cani!

Ho sempre paragonato il campano alla tastiera della fisarmonica (strumento che ho imparato a suonare da ragazzo). Una volta che si è imparato a leggere le note sullo spartito e a riconoscerle a orecchio, ritrovarle sulla tastiera, anche senza guardare, diventa facile. Così come facile diventa riconoscere, con l’esperienza e con la complicità del nostro fedele compagno di caccia, ogni suo movimento e ogni sua azione attraverso il suono di ogni singolo colpo di batacchio.

Seguire la cerca

Vediamo ora qualche esempio pratico, frutto della mia esperienza. Nella caccia alla beccaccia la fase più importante del lavoro del cane è sicuramente la cerca. La prima dote che guardo nella scelta di un cucciolone da destinare a questa caccia è la qualità della cerca. Questa, per me, deve essere versatile e redditizia, relativamente al posto e alla vegetazione in cui si esplica. Ampia nelle faggete e nelle abetaie, ma non fuori mano; spedita ma non travolgente e soprattutto sempre ben collegata, senza continui richiami che, nel bosco, sono sempre da sconsigliare; razionale e minuziosa in condizioni di vegetazione intricata, ad esempio negli ontaneti con fitto sottobosco, nei sambucheti e nei ginestreti; anche in questa circostanza il collegamento è fondamentale. In ogni caso sempre una cerca svolta a ritmi sostenuti e costanti.

Negli ultimi tempi, con molta pazienza e sacrificio, fortemente motivato dal fatto di voler tornare a vivere la caccia alla beccaccia nella maniera più emozionante e tradizionale possibile, cioè senza il benché minimo aiuto elettronico, sto cercando di educare i miei cani giovani a mantenere le loro aperture nei limiti dell’udibilità di campano; a dispetto di quanto pensano in molti, non significa una cerca “tra i piedi”, ma nella maggior parte dei casi si spinge anche fino a 2-300 metri. E il campano, in questa parte dell’addestramento, mi è di grande aiuto in quanto, maturando, il soggetto di spiccata intelligenza (altra dote fondamentale che ricerco nei miei aspiranti beccacciai) adeguerà la sua cerca alle nostre esigenze uditive.

Il senso dell’azione del cane

Seguire la cerca del cane, in tutte le sue varie fasi, per il beccacciaio è cosa fondamentale e visto che, durante questo momento del suo lavoro nel bosco, il cane non lo si vede quasi mai, la voce del campano assume un ruolo di assoluta importanza. Infatti, solo il campano, attraverso l’aumentare o il diminuire del suo melodico battacchiare, può farci percepire la visione della circostanza, restituendo all’orecchio il reale senso dell’azione del cane; se cammina, se trotta o se galoppa, se rallenta fino quasi a fermarsi e poi riparte (accertamento) o se accelera di scatto (tipo se rincorre un selvatico), se rientra o se allunga, se è in ambiente spoglio o intricato.

A proposito di cani predisposti e intelligenti, mi sovviene l’esempio della mia compianta Bess. Setter inglese bianco-arancio di grande passione che, a cavallo degli anni Novanta e Duemila, mi ha regalato tante emozioni nel bosco. Cagna intelligentissima che modificava la sua cerca relativamente al fatto che indossasse il campano oppure il beeper. Tanto è vero che, quando aveva al collo il campano, rimaneva quasi sempre nel raggio del contatto uditivo, pochissime volte allungava tanto da indurmi al richiamo.

Quando, invece, al collo aveva il beeper (rarissime volte senza essere accoppiato al campano), si sentiva autorizzata a spingersi in sconfinamenti seppur non esagerati. Che cosa faceva adottare questo comportamento alla mia Bess? Semplice, quando aveva il campano sapeva che io, a un certo punto, l’avrei indotta al rientro con il fischio e quindi lei preveniva la cosa moderando la sua tendenza alla cerca molto ampia. Quando aveva il beeper, sapeva che avrei tollerato una cerca più larga e quindi allungava di più dando sfogo alla sua predisposizione a una cerca, per così dire, coraggiosa.

La lettura della guidata

Le fasi intermedie, anch’esse molto importanti, che precedono la ferma sono la guidata e l’accostata. Quando si tratta della prima, si percepisce dal fatto che il cane, nel pieno della sua cerca, durante la quale vi è un costante aumentare e diminuire del ritmo del campano, a un certo punto rallenta fino a fermarsi e poi, per non perdere quel filo invisibile che lo lega con l’olfatto alla beccaccia che si sottrae di pedina, riprende con passo prudente.

Il tutto è scandito dal un alternarsi di colpi di batacchio, ora più lenti ora più veloci, a seconda dei movimenti del selvatico e noi, con fiato sospeso e orecchio attento, ci figuriamo una visione molto nitida della scena semplicemente leggendo questo suono. Suono che potrebbe arrivare a smorzarsi del tutto nel caso in cui il selvatico si bloccasse in atteggiamento difensivo e, di conseguenza, il cane andasse in ferma in attesa del cacciatore. Sapendo in anticipo che cosa sta accadendo, possiamo muoverci e regolarci di conseguenza, e quindi avvicinarci al cane per servirlo nel migliore dei modi.

L’interpretazione dell’accostata

L’accostata è di più facile interpretazione e ascoltando la voce del campano si intuisce subito. Sempre durante la cerca, a un certo punto il ritmo del battacchiare diminuisce sensibilmente e si percepisce con chiarezza che il nostro ausiliare sta rallentando per avvicinarsi cautamente al selvatico immobile tra i cespugli. Questo fino a quando, giunto a debita distanza, non si ferma definitivamente per evitare lo sfrullo e rimane in quella posizione attendendo il nostro arrivo. Anche in questa occasione, avendo avuto la visione anticipata dell’azione grazie alla lettura del campano, il nostro avvicinamento al cane e la nostra posizione in attesa del frullo saranno avvantaggiati.

La ferma, la fase più adrenalinica

La ricerca del cane in ferma è forse la fase più difficile e complicata della caccia alla beccaccia con il solo campano ma, almeno per me, è anche la fase più adrenalinica ed emozionante dell’intera giornata di caccia, soprattutto se il cane in questione è un giovane cucciolone alle prime armi. Per descriverla non userò molti giri di parole perché credo che non ci sia migliore spiegazione che portare ad esempio un episodio realmente accaduto, molti anni anni fa, a me e al mio compianto Aston. A distanza di quasi trent’anni, mi sembra ancora di essere lì.

Io, Aston e la nostra prima coppiola

Siamo avvolti dalla nebbia, Aston comincia a ispezionare il bosco con cerca ampia e spedita, si spinge in profondità ai lati, ma sempre molto collegato, rientra e riparte con più ardore e con più voglia d’incontrare la tanto agognata signora di quei luoghi incantati. Scandita dal battacchiare del campano, la sua cerca continua avida e costante per buona parte della mattinata ed io, zigzagando tra gli abeti nel fitto della nebbia, lo seguo senza sosta, sempre con orecchio attento, leggendo il suo modo di perlustrare la selva attraverso quel suono che per me è una melodia.

Ma a un tratto, mentre tutto sembra procedere con assoluta normalità, il campano tace. Allungo il passo in direzione del luogo dove ho sentito l’ultimo colpo di batacchio. Il solo pensiero di trovare il cucciolone in ferma sulla sua prima beccaccia mi fa salire il cuore in gola. Mentre mi avvicino, tra i vecchi abeti caduti, intravedo nella nebbia una sagoma sfocata, immobile. Mi tremano le gambe dall’emozione e dalla gioia, mi avvicino ancora e quella sagoma comincia a prendere forma. È lui, è fermo.

Sì, è Aston in plastica e spasmodica ferma che mastica l’effluvio. Un’occhiata fugace, cerco la posizione migliore, mi piazzo e aspetto godendomi la scena, in religioso silenzio. Sono momenti interminabili, il tempo sembra essersi fermato, ma a un tratto un frullo fragoroso mi riporta alla realtà. Non una, ma una coppia di regine. La nostra prima coppiola! Un’emozione immensa. Ovviamente nemica della mira. Due colpi nella nebbia e torna il silenzio. Silenzio rotto solo dal suono sordo del campano di Aston che sparisce nella nebbia alla ricerca dei quei due fantasmi svaniti nel nulla. Aspetto ascoltando le parole del campano.

Una su due

Qualche minuto ancora e, improvvisamente, il campano zittisce di nuovo, solo pochi secondi, il tempo di realizzare che cosa sta accadendo e, tutt’a un tratto, il campano riprende a scandire, con ritmo veloce, il suo suono che sento avvicinarsi sempre di più. Più il suono si avvicina e più, tra gli abeti avvolti dalla nebbia, riesco a mettere a fuoco Aston che viene verso di me, con passo trottante, pronto a depositarmi in mano, dopo un perfetto recupero, quel fagotto scuro che, delicatamente, porta in bocca. Uno dei due fantasmi si era materializzato.

Aston mi stava riportando una beccaccia, quella delle due che, evidentemente, avevo colpito. Io mi chino e lo aspetto, lui arriva innanzi a me, si siede, mi depone la beccaccia sul palmo della mano e, con sguardo languido, mi chiede e ottiene un’abbondante dose di meritatissime coccole e carezze. Rileggendo queste poche righe non nascondo che mi è scesa una lacrima. La caccia è anche questo.

 La musica che accompagna recupero e riporto

Anche per raccontare i suoni che accompagnano il recupero e il riporto penso che la cosa migliore sia descrivere un’esperienza. La protagonista è la mia Silva. Anche lei purtroppo se ne è andata ancora giovane a causa di un brutto male.

Dopo essere riuscito a penetrare nel posto più intricato del bosco, per assecondare un lavoro magistrale di Silva, in qualche modo mi posiziono per servire la cagna, schiacciata a terra, in ferma come pietrificata. Pochi secondi ancora, un frullo rumoroso ed ecco mostrarsi in volo la regina. La intravedo un attimo tra le foglie fitte, sparo un solo colpo e non vedo se e dove cade. Penso di averla persa nel fitto dei sambuchi. Nello stesso fitto, dopo lo sparo, alzando la testa come per leggere e seguire nell’aria una scia invisibile di effluvio, ci si infila Silva e scompare. Si ode in lontananza solo il suono melodioso del suo campano che scandisce il ritmo della sua cerca avida e coraggiosa.

Convinto di aver mancato l’occasione, mi appresto a uscire dal sambucheto e una volta fuori aspetto il rientro della cagna. Dopo un’interminabile attesa, sempre con l’orecchio teso ad ascoltare ogni singola parola del campano, la voce di quest’ultimo si smorza di colpo. Questione di secondi e poi si sente un balzo, ben identificabile da un colpo secco di batacchio.

Il campano riprende a parlare

A questo punto il campano riprende a parlare, il suo lento e melodico suono si avvicina sempre di più e le sue parole mi dicono che Silva sta rientrando con passo allegro e trottante. Attendo con ansia, guardando continuamente nel fitto dei rovi. E tra i rovi intricati comincio a intravedere la cagna che, con espressione felice e soddisfatta, con la sua beccaccia in bocca viene verso di me. Con gli occhi lucidi dall’emozione per la bella e inaspettata sorpresa, aspetto la mia compagna di caccia che, con fare festoso, fiera del suo recupero, mi raggiunge e depone la beccaccia tra le mie mani, prendendosi le sue meritatissime carezze. Anche in questa occasione il melodioso suono del suo campano mi ha fatto “vedere” quanto stava accadendo; semplicemente è bastato ascoltare il suo battacchiare.

I miei amati cani ed io, almeno per il momento e per tutto il tempo in cui Dio mi darà la forza e la salute, continueremo a vivere e a respirare il fascino dalle nostre montagne pervasi dal fuoco della passione. Con la stessa costanza di sempre, immersi nell’atmosfera suggestiva del bosco, rotta soltanto dal melodioso suono dei loro campani, continueremo a rincorrere la regina del bosco. Io seguendo, armato di doppietta e di tante speranze, l’ampio e sostenuto spaziare dei miei giovani pupilli e loro, sempre avidi d’incontri, cercando la tanto agognata signora della selva negli angoli più reconditi di quei magici luoghi. In perfetta simbiosi, io con loro e loro con me.

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