Caccia Magazine n. 12 dicembre 2020

Editoriale

Quantomeno se ne parla

L’unità dei cacciatori è un tema che continua a far discutere e scaldare gli animi. È una necessità sentita da chiunque abbia a cuore le sorti della caccia e non può che giudicare in modo negativo la frammentazione di rappresentanza che contraddistingue i nostri tempi. È una richiesta che arriva dal basso, dalla voce del cacciatore medio, che finalmente ha trovato orecchie pronte ad ascoltarlo. Un primo passo è la cabina di regia, che sta agendo in maniera unitaria su molti temi. Ma non basta. Bisogna fare di più, integrarsi maggiormente, fare in modo che la voce sia davvero una, autorevole, forte. Le attuali associazioni sono il frutto di sensibilità e visioni parzialmente differenti. Il fine ultimo, la difesa della caccia, come collante potrebbe non bastare. Ma è la base da cui partire.

Nell’ultimo mese si sono registrate coraggiose prese di posizione da parte dei presidenti delle associazioni venatorie numericamente più importanti. E noi le abbiamo prese a pretesto per provocare, su queste pagine, i massimi rappresentanti di tutte quelle che ci hanno risposto e avviare un confronto pubblico tra loro e i nostri lettori, per inciso i loro associati, che del travaglio che le coinvolge non devono rimanere estranei. Le fusioni a freddo non funzionano ed è giusto che il cacciatore-medio di cui scrivevo – quello che non è coinvolto nelle beghe della politica associazionistica – sappia quello che sta accadendo, qual è la direzione intrapresa e la linea di pensiero che la guida. Caccia Magazine, con l’articolo a firma di Samuele Tofani che pubblichiamo questo mese e il confronto che intendiamo stimolare nel futuro, vuole trasformarsi in un’arena per facilitare il dialogo pubblico tra quelle sensibilità differenti perché vengano sintetizzate in un progetto, se non unitario all’inizio, almeno condiviso.

Siamo partiti interrogando i nostri interlocutori sul macrotema dell’unione dei cacciatori. Le risposte sono variegate e si percepisce una diversità di approccio che non abbiamo la presunzione di risolvere. Piuttosto, vorremmo fungere da facilitatori. Vorremmo che questo spazio di confronto si trasformasse in un appuntamento sentito da tutti i nostri interlocutori, a partire dai lettori; come scriveva Indro Montanelli, “l’unico padrone del giornalista è il lettore. E quando lo si ha dalla propria parte, non c’è potere che possa imbavagliarti”. Qua nessuno si sente imbavagliato, e non credo che ci sia alcun potere che potrà ostacolare il nostro lavoro e il nostro impegno per facilitare un percorso che riteniamo non più procrastinabile. Ma c’è di più: se un bavaglio non ce lo vuole imporre nessuno, non siamo neppure disposti ad auto-imporcelo non assecondando il desiderio del cambiamento. Crediamo nel ruolo del nostro giornale e siamo convinti che sia arrivato il momento di utilizzarlo come palestra dialettica tra posizioni parzialmente differenti. È con questo intento, quindi, che anche sui prossimi numeri daremo voce a chi vorrà confrontarsi sui temi che proporremo. I temi, appunto. È qui che si deve combattere la battaglia. Non possiamo credere che siano ancora le tessere e un posto in più in un organo direttivo a governare il confronto.

Partiremo quindi da temi concreti e ci aspettiamo che le associazioni mettano in campo tutte le loro professionalità. Partiremo dall’ambiente e, se i nostri interlocutori vorranno davvero mettersi in gioco, lo faremo anche con temi scomodi. Il piombo, per esempio. Una battaglia che riteniamo di retroguardia. Non siamo i soli, anzi: nel mondo la posizione sul tema è molto critica anche da parte delle associazioni venatorie. Difenderne l’uso più o meno indiscriminato produce effetti negativi sul modo in cui ci si pone a chi ci guarda con occhio critico. Se la comunità di cacciatori accogliesse le legittime aspirazioni di fondo contenute nel bando, anziché sostenere l’insostenibile, ne avrebbe un guadagno netto in termine d’immagine.

Gli effetti negativi del piombo legato all’esercizio venatorio sull’ambiente sono marginali e i dati a favore dell’abolizione sono imprecisi? Va bene, se ne può discutere, ma se continuiamo a contrastare una coscienza ambientalista che sempre di più si sta diffondendo, specie tra i giovani, non diamo l’impressione di quella modernità di pensiero, di quell’attenzione alla biodiversità e alla conservazione, di quell’impegno che a parole professiamo a favore della fauna selvatica. Ci concentriamo su una battaglia di principio – pure in parte legittima – con il solo fine di spostare in avanti un evento con il quale ci dovremo confrontare comunque e, alla fine, lo subiremo da perdenti. Se invece riuscissimo a partecipare a questo cambiamento ne usciremmo vincitori e toglieremmo argomentazioni a chi non la pensa come noi. Questa guerra di posizione non ci porta da nessuna parte. Difendiamo l’indifendibile, rafforzando l’autorevolezza dei nostri avversari. Come possiamo spingere sulla filiera, per esempio, se poi passa il messaggio che le carni che forniamo non sono salubri? Come possiamo convincere che abbiamo davvero a cuore le sorti dell’ambiente se poi siamo accusabili di essere tra i peggiori inquinatori delle zone più o meno umide? Non tutto il cambiamento è buono, ma neppure la conservazione è buona di per sé.

Scusate il pragmatismo estremo, ma se è dai temi che dobbiamo partire, sarà importante farlo in maniera moderna e sostenibile se vorremo davvero costruire per la caccia un futuro “rispettoso della società e rispettato dalla società”.

Matteo Brogi