Caccia Magazine n. 11 novembre 2020

Editoriale

La soluzione

La situazione è grave e non mancano le occasioni per ricordarcelo. Che la biodiversità sia in pericolo non è più una notizia ma un’opinione condivisa e una condizione attuale. Se ne preoccupano gli organismi internazionali ma, soprattutto, è sotto gli occhi di chiunque sia capace di osservare la realtà senza le lenti distorsive dell’ideologia.

Recentemente è stato aggiornato il cosiddetto Living planet index, l’indice che misura lo stato della diversità biologica mondiale basandosi sull’andamento delle popolazioni delle specie vertebrate che popolano gli ecosistemi terrestre e acquatici. Ebbene, lo stato di mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci – di cui vengono monitorate 4.773 specie e 27.128 popolazioni – denuncia un calo globale medio di circa il 68% dagli anni 70 a oggi. Un dato che in certe aree del mondo e per alcune specie assume connotati drammatici. Il Living planet index è elaborato dalla Zoological Society of London, storica associazione britannica dedita alla ricerca nell’ambito della conservazione delle specie e dei loro habitat; viene utilizzato dal Convention of biological diversity – il trattato multilaterale elaborato nel 1992 e attualmente ratificato da 30 stati – come indicatore dei progressi ottenuti nel campo della lotta alla perdita di biodiversità.

Tra le cause che hanno prodotto questo calo dell’indice di abbondanza delle specie selvatiche vengono sottolineate il cambiamento dell’uso del suolo, “la deforestazione, l’agricoltura non sostenibile e il commercio illegale di fauna selvatica”. Il virgolettato è d’obbligo trattandosi di un’affermazione tratta dal comunicato stampa del Wwf che, interpretando l’Indice globale del pianeta vivente, ha elaborato e presentato a inizio autunno il Living planet report, uno studio sulla situazione attuale dell’ambiente che contiene una serie di modelli ideali che permetterebbero di invertire la tendenza e migliorare l’ambiente in cui viviamo.

Il declino della fauna selvatica influisce direttamente sulla nutrizione, sulla sicurezza alimentare e sui mezzi di sussistenza di miliardi di persone e rappresenta una minaccia agli ecosistemi da cui dipendiamo. La continua perdita di biodiversità vanifica molti degli obiettivi che gli Stati nazionali si sono posti per uno sfruttamento equo delle risorse, rinnovabili e non, e per aumentare sicurezza alimentare, idrica ed energetica in ogni angolo del globo. Credo sia pacifico che se riuscissimo a sfruttare in maniera più razionale le risorse godremmo tutti di un beneficio e riusciremmo a contrastare più efficacemente la povertà, così come previsto dagli Obiettivi di sviluppo sostenibile elaborati dall’Onu.

Cosa c’entra in tutto questo la caccia? C’entra eccome e sotto molteplici aspetti. Il primo si riferisce proprio alle ricerche condotte dalla Zoological Society di Londra e della più nota associazione ambientalista a livello mondiale: nei loro rapporti la caccia è menzionata tra le cause determinanti nella perdita di biodiversità solo là dove si parla di sovra-sfruttamento diretto e indiretto delle risorse. Quello diretto si riferisce a piani di prelievo non sostenibili e al bracconaggio; quello indiretto agli effetti collaterali, per esempio il prelievo di specie non venabili per errori di valutazione del cacciatore. È quindi necessario ribadire come la corretta formazione del cacciatore debba essere alla base di ogni programma di sostegno all’attività venatoria. Gli ordini professionali si impegnano per legge a fornire ai propri iscritti una formazione continua per mantenerli aggiornati; si tratta certamente di un’ipotesi impopolare, se applicata alla caccia, ma è una strada che potrebbe essere valutata in cambio del rispetto e dell’istituzionalizzazione del ruolo del cacciatore – se lo si volesse davvero corresponsabilizzare – per mantenere elevato il suo livello di consapevolezza.

Il secondo aspetto ci riporta a una caccia intesa come modello virtuoso di sfruttamento delle risorse: un modello che si attua mediante uno stile di vita sano che come corollario diventa un impegno concreto nel contrastare l’abbandono del territorio; giova sia alla salute del cacciatore sia allo stato di conservazione dell’ambiente. Mi pare inutile aggiungere che là dove la caccia avesse una maggiore valenza nell’economia del territorio, anche quest’ultimo e tutte le attività che vi insistono ne sarebbero valorizzate. Questi sono solo alcuni degli aspetti che possono dare alla caccia quella centralità nella gestione dell’ambiente che le spetta.

Matteo Brogi