Caccia Magazine n. 10 ottobre 2020

Editoriale

L’ennesima opportunità

La nostra prima apertura. Erede di tre testate storiche nel settore della divulgazione venatoria, Caccia Magazine si è caricata sulle spalle il fardello della comunicazione di un settore assediato dal cosiddetto spirito dei tempi. Politicamente scorrettissimi, la terza domenica di settembre battezziamo la nuova stagione di caccia; altri già lo hanno fatto con le pre-aperture, soggette a “contrattazioni” regionali e sempre oggetto delle attenzioni delle associazioni ambientaliste. Il rito si è consumato e anche quest’anno – al netto degli imprevedibili sviluppi della pandemia – possiamo tirare un sospiro di sollievo: la caccia continua a essere parte del nostro vissuto quotidiano e può fornirci quell’immersione nella natura che a noi piace così.

Anche per la stagione 2020-2021 possiamo dire di aver vinto il nostro quotidiano referendum contro i detrattori della caccia. Ne abbiamo vinti tanti, di referendum, e tanti ne dovremo sostenere per continuare a svolgere ciò che tecnicamente è una concessione dello Stato ma, ancora prima, è uno stile di vita, un modo per prenderci cura dell’ambiente, salvandolo dagli ecologisti di professione.

È evidente che i tentativi messi in atto dalle associazioni ambientaliste per sottrarci un pezzo alla volta la nostra passione sono parte di una strategia il cui fine ultimo è quello di costruire una società in cui per la caccia e per le armi non c’è posto. Opporsi a questi tentativi diventa una forma di resistenza sociale, di arginamento di una deriva ideologica che sta buttando al macero il nostro essere più profondo.

Però, come cacciatori, non posiamo limitare la nostra azione alla conservazione dello status quo né alla semplice reazione agli accadimenti avversi. Dobbiamo essere pro-attivi, consapevoli che i nostri avversari fanno leva sulle nostre debolezze, e adoperarci perché il nostro essere cacciatori sia sempre più coerente con i principi di sostenibilità del prelievo e conservazione delle specie oggetto dei nostri sforzi venatori. Bisogna recuperare – tutti insieme – la visione dei più generosi di quanti ci hanno preceduto, che agivano per lasciare un mondo possibilmente migliore per i posteri. Se riuscissimo a essere meno egoisti, se riuscissimo davvero a sviluppare la consapevolezza che il mondo esiste a prescindere dalla nostra singola esistenza e permarrà alla nostra dipartita, avremmo posto le basi per edificare una coscienza moderna della caccia e della fruizione dell’ambiente. Liberiamo l’ambientalismo dalla dittatura degli ambientalisti, facciamo in modo di dimostrare che siamo noi quelli che hanno a cuore le sorti della natura. La stragrande maggioranza dei cacciatori già vive questa convinzione. E si comporta di conseguenza. Il difficile è comunicarlo all’esterno del nostro più o meno piccolo mondo. Perché siamo giudicati dai comportamenti negativi di quanti tra noi cacciano nel disprezzo delle regole, siano esse scritte o anche solo dettate da etica e buonsenso. In questo modo ci vengono preclusi i canali di comunicazione più efficaci e siamo soggetti a una permanente condanna a prescindere da parte dei meno informati. Siamo così confinati a parlarci tra di noi e diventa sempre più difficile comunicare quanto di buono facciamo al di fuori della nostra ampia ma pur sempre limitata cerchia. Il pregiudizio ci precede, sempre. E ci condanna al silenzio.

L’ecologismo si limita spesso al discorso colpevolizzante che riduce l’uomo a un pericolo. Ma è l’uomo, insieme alle sue attività e alle sue passioni più profonde, che va protetto insieme all’ambiente, perché lo sguardo dell’uomo è l’unico in grado di contemplare compiutamente il mondo. Un mondo che prescinda da chi gli dà valore è assolutamente inutile. Ed è quindi anche il cacciatore che deve salvare l’ambiente, ma per farlo deve avere una coscienza rinnovata, ispirata alla sua identità, alla sua storia e alle sue radici. Dobbiamo metterci la faccia, ma deve essere una faccia pulita, quella di chi va a caccia responsabilmente, consapevole che portare un’arma è una grave responsabilità e prelevare un selvatico un gesto definitivo e non privo di una sua sacralità. Solo se questa consapevolezza troverà terreno fertile nelle nostre coscienze riusciremo a conservare la caccia e a darle un futuro. Per noi e per chi ci seguirà.

In bocca al lupo.

Matteo Brogi