Caccia Magazine n. 1 gennaio 2021

Editoriale

Attività essenziale?

Nell’ultimo mese sono tornati di stringente attualità temi che speravamo di aver sepolto con la prima ondata della pandemia. Limitazioni negli spostamenti, coprifuoco, regolamenti di difficile interpretazione, soppressione di alcuni diritti fondamentali in vista di un bene superiore. Nel nostro mondo, accanto ad altri motivi di discussione, ha tenuto banco quello della liceità dell’esercizio venatorio in tempi di emergenza sanitaria. Dopo estenuanti trattative sono state permesse varie attività all’aperto, ma sulla caccia si è proceduto con scarsa coerenza favorendo interpretazioni restrittive che hanno lasciato molta delusione tra i cacciatori e sconcerto tra chi affronta il tema in maniera scientifica e funzionale alla gestione del territorio. Ci sono state però voci dissonanti: penso alla Provincia autonoma di Bolzano, che ha permesso il completamento dei piani di abbattimento anche se in zona rossa, e all’Emilia Romagna, che ha consentito deroghe agli spostamenti limitatamente alla caccia alla specie cinghiale. Si è trattato di scelte politiche oppure del sano realismo che permea l’azione di chi riconosce la funzione regolatrice della caccia? E là dove si è scelto di lasciare libertà ai cacciatori nel rispetto delle norme anticontagio, all’estero, sono solo dei folli oppure più consapevoli del vero ruolo del cacciatore?

Credo che questo tragico momento possa favorire un processo che porti a sviluppare una nuova sensibilità nei confronti della caccia e imponga delle serie riflessioni se questa sia o meno attività essenziale. Se è così – come sostengono da anni coloro che ne hanno una visione moderna – allora abbiamo trovato un grimaldello per un riconoscimento pieno del nostro ruolo nella società. Se così non fosse, saremmo condannati ancor di più alla marginalità. Ben hanno fatto, quindi, le singole associazioni venatorie e la cabina di regia a porre la questione a tutti i livelli istituzionali. Non dimentichiamo, per inciso, che è sempre aperto il tema della peste suina, scivolata di posizioni nella gerarchia delle emergenze: potrebbe presto imporsi in tutta la sua drammaticità su un tessuto sociale ed economico già prostrato dalla pandemia.

Qualcuno potrebbe obiettare che le priorità sono altre: l’economia, la salute pubblica e quella mentale degli italiani, la scuola e che nel difendere la caccia pecchiamo di egocentrismo, perdiamo di vista l’uomo (in senso inclusivo) per concentrarci nella contemplazione del nostro ombelico. Un rischio che si corre, certo, testimoniato da alcune voci stonate, quelle del “a caccia tutti o nessuno”, dello “sciopero dei cacciatori” e di chi pretende ristori per la mancata fruizione dell’oggetto delle concessioni pagate o, addirittura, per il sostentamento dei cani rimasti nelle cucce.

In un’Italia sovrappopolata di virologi, non vi dispenserò la mia ignoranza in tema ma cercherò di esercitare il buonsenso. La caccia – come tante altre attività – non è priorità a meno che non se ne comprenda il ruolo, appunto, gestionale. Ed è inevitabile, tanto per fare un esempio spicciolo, che la pratica del contenimento della specie cinghiale abbia una valenza socialmente differente dalla caccia da appostamento alla migratoria. Si può combattere in tutti i modi la filosofia – illiberale – che ha ispirato i dpcm e lo stesso stato di emergenza. Ma bisogna farlo in maniera responsabile. Ai tanti appassionati delusi bisogna ricordare che le privazioni sono tante, per tutti. Quando sono immotivate o ispirate da mero furore ideologico è opportuno spingere perché vengano superate. Ma, sempre, nel rispetto del quadro generale per non correre il rischio di vivere scollati dalla realtà e di essere accusati di cecità nei confronti di chi sta pagando le conseguenze più gravi della pandemia.

Combattiamo quindi perché alla caccia sia finalmente riconosciuto il ruolo di attività essenziale, ma ricordiamo che i ristori non spettano a noi. Come cacciatori conduciamo un’attività non professionale, i cani li accudiamo dodici mesi l’anno e le finanze disponibili è bene che siano destinate – specie con centinaia di morti al giorno che polarizzano la riflessione – ad altre attività, nelle quali spesso sono coinvolti cacciatori come padri e madri di famiglia o imprenditori. Anche questo rientra in una visione solidale e responsabile. Difendiamo la possibilità di andare a caccia. Combattiamo perché ci sia riconosciuto il ruolo che meritiamo. Il resto sono (dannose) parole al vento

Matteo Brogi