Caccia con l’arco: battesimo

È una telefonata che cambia la vita, la voce rotta dall’emozione racconta quasi in diretta la prima felice uscita a caccia con l’arco.

Ci sono tante strade per arrivare alla caccia con l’arco. Mattia è un giovane cacciatore di 24 anni. Vive a Prata, un piccolo paesino arroccato sulle colline a nord di Massa Marittima. Ha preso il porto d’armi da quattro anni e subito ha iniziato a cacciare beccacce insieme con suo padre Massimo, noto beccacciaio e Balto, splendido setter tricolore. Amante da sempre degli animali e della terra, l’anno scorso Mattia si è laureato in scienze ambientali e naturali. Attualmente sta seguendo un corso per specializzarsi come tecnico faunistico. Tira con l’arco per sport sin da bambino.

Inevitabile assorbirlo tra le tecniche di caccia quando ha pensato di dedicarsi anche alla selezione degli ungulati. È naturale che, uniti dagli stessi interessi diventassimo amici e che poi il giovane neofita mi chiamasse per avere consigli o suggerimenti per placare i suoi mille dubbi. Il suo primo anno di caccia al capriolo lo ha passato praticamente a inseguire delle ombre nel bosco. Mattia però è un appassionato vero e non si è dato per vinto continuando a inseguire il suo sogno.

Caccia con l’arco – La strada giusta per la prima volta

Erano le quattro di mattino del 1° giugno 2020 quando la sveglia suonò sul comodino di Mattia. Balzò in piedi al primo squillo, tanto era già sveglio da molto ed era rimasto a letto soltanto per far passare il tempo. In pochi minuti era vestito di tutto punto. Scese la rampa di scale per entrare in cucina in punta di piedi, con gli scarponi in mano. Non voleva svegliare i genitori. Una volta entrato, chiuse lentamente la porta dietro di sé e si preparò il tè. Mentre aspettava che fosse pronto, aprì il contenitore dove sua madre, come ogni volta, gli aveva lasciato la sua torta preferita. Iniziò a gustarla mentre dalla finestra controllava il tempo fuori. Era sereno, ma diversamente dal solito l’aria era frizzante e fredda: quasi fosse ottobre invece che giugno. Finita la colazione, prese l’arco e lo zaino e uscì fuori.

Si infilò gli scarponi e scese la scalinata che porta alla strada dove era posteggiato il suo Jimmino verde petrolio. Sistemò l’attrezzatura sul sedile posteriore e partì. Scese nella piazza, l’attraversò e imboccò la stretta stradetta in salita che passa accanto al cimitero, si inerpica sul poggio dietro il paese e sparisce tra castagni secolari e alti cerri. Era diretto su in alto al suo appostamento che aveva creato nel vecchio campo in una ripida discesa, proprio sotto la stradicciola. Attualmente quel terreno è quasi completamente ricoperto di cespugli e di rovi, ma ancora si vede benissimo che in passato veniva coltivato e che nella sua parte più bassa, dove il terreno è più fresco e fertile, era stato adibito a orto. Ancora diverse piante sono sopravvissute all’incuria e all’abbandono dopo la morte di Fracasso, il vecchio proprietario che viveva dei frutti di quei campi.

Caccia con l’arco – In attesa

Era ancora buio quando Mattia posteggiò la sua auto in uno slargo della strada di campagna prese l’attrezzatura e, dopo aver acceso la luce che aveva sulla fronte, si incamminò tra gli alberi. Poche decine di metri di cammino in un sentiero frondoso e sbucò nei primi campi. La luce della sua torcia illuminò per un attimo il tronco spezzato e secco di un vecchio melo selvatico che si ribellava alla morte: riusciva inspiegabilmente a far germogliare ancora un ramo che una mano amorevole e ignota aveva recentemente innestato per fargli fare frutti. Probabilmente la stessa mano aveva dedicato quella ribellione alla fine di un amico forse prematuramente scomparso, come raccontava il cartello appeso con una corda.

Oltrepassato il tronco secco trasformato in lapide, il cacciatore iniziò la discesa tra i cespugli. Un rumore di rami sbattuti e un forte grugnito lo fecero sobbalzare mentre il brontolio in allontanamento gli fece capire che con il suo arrivo aveva disturbato il pasto di un cinghiale che si era attardato a grufolare in un vallino. Giunto in basso, Mattia salì svelto per la scala a pioli appoggiata al tronco di un grosso noce. Appena appoggiati i piedi sul suo tree stand, assicurò al tronco la cinghia della sua imbracatura già indossata. Poi agganciò lo zaino a un ramo, si sedette, spense la luce e, mettendosi l’arco di traverso sulle ginocchia dopo averci incoccato una freccia, si pose in attesa.

Caccia con l’arco – Il regno del silenzio

Davanti a lui, giù in basso tra gli alberi, si vedevano le luci dei lampioni del suo paese. Alzando lo sguardo si accorse che, alla sua sinistra, tra i poggi si stava diffondendo il tenue chiarore dell’alba che già rendeva visibile la grossa massa scura del lontano monte Amiata. Mentre aspettava la luce, Mattia ripensò a tutto il tempo che aveva impegnato per cercare quel posto che riteneva idoneo per la caccia con l’arco. Un sorriso gli sfuggì involontariamente pensando a tutte le volte che aveva chiesto a Luigi Strianese il suo molto paziente capodistretto, di cambiare il luogo del suo appostamento sulle cartografie. Ora che era lì in attesa non voleva, per scaramanzia, farsi delle illusioni, anche se qualcosa dentro gli diceva che era la volta buona. Con l’amico Simone aveva scoperto quel posto per caso. E quando avevano visto quel bel maschio che lo frequentava erano stati concordi nel dire che bisognava provare.

Con generosità Simone lo aveva anche aiutato a piazzare il seggiolino da albero nel punto in cui c’era la visuale libera. Erano stati attenti – anzi: quasi maniacali – nel non modificare per niente la vegetazione. Con tanta fatica avevano legato e tirato da parte un ramo che con le sue fronde ostruiva una probabile traiettoria di tiro, anche se sarebbe stato molto più semplice tagliarlo. Mentre Mattia rimuginava sui preparativi, la luce aumentava rapidamente di intensità e il bosco intorno a lui si animava ancora di più: gli animali che si erano attardati a spigolare l’ultimo boccone facevano risuonare fruscii e piccoli rumori, prima di rientrare nel covo per riposarsi nell’attesa che arrivasse di nuovo il buio. Solo lo spostamento d’aria tradì il passaggio, molto vicino, di un predatore alato. Probabilmente un gufo. Almeno così giudicò Mattia guardando la dimensione dell’ombra silenziosa che gli era passata accanto e lo aveva fatto sobbalzare dalla sorpresa. Poi il primo merlo annunciò con il suo metallico chiò chiò l’arrivo dell’alba. Dopo ci fu un periodo di silenzio.

Caccia con l’arco – Attimi eterni

Gli animali notturni erano tutti fermi e quelli diurni aspettavano ancora a mettersi in movimento. La luce era ormai padrona del territorio quando il cacciatore sentì distintamente dei sassi che rotolavano. I rumori furono seguiti dai passi di un animale, grosso, in avvicinamento. Mentre un brivido di emozione gli percorreva tutta la schiena, il giovane in agguato fissò lo sguardo e tutta la sua attenzione in quella direzione. Con la mano sinistra stringeva convulsamente l’impugnatura del suo arco.

Passarono attimi eterni mentre tratteneva il respiro. Poi la sagoma di un capriolo si rese visibile tra i rami facendogli galoppare a mille il sangue nelle vene. Ancora un poco di emozionante attesa e l’animale si mosse mostrandosi al pulito. Era una femmina che fu raggiunta subito dal suo piccolo. Mattia rilasciò l’aria che aveva nei polmoni sbuffando scontento. La delusione però durò pochissimo. C’era sempre la speranza che il maschio si avvicinasse. Anzi, finché la femmina era lì le probabilità aumentavano. Purtroppo però, a parte la gioia di poter ammirare per lungo tempo mamma e figlio nei loro momenti più intimi, il tempo passò senza che nessun altro animale si fosse presentato tra i macchioni del vecchio orto di Fracasso.

Parte seconda

Il sole era ormai alto nel cielo quando il cacciatore percorse mestamente la strada del ritorno sperando in cuor suo di non incontrare nessun cacciatore, per non vedere l’immancabile e ormai abituale sorrisetto ironico stampato sulla faccia di turno. Rientrò in casa trovando solo il silenzio ad accoglierlo. Sapeva che i genitori erano a lavoro e, dopo aver lasciato gli scarponi lo zaino e l’arco in fondo alle scale, andò in soggiorno buttandosi pesantemente sul divano dove si addormentò di colpo. Si svegliò di soprassalto che era pomeriggio inoltrato. Andò in bagno si lavò la faccia con l’acqua fredda per scacciare il sonno, poi corse in cucina dove mangiò in fretta e furia, senza nemmeno scaldarlo, il cinghiale in salsa di mele che la madre gli aveva lasciato già pronto nel frigo. Appena ingollato l’ultimo boccone di pane intinto nel sugo, scese a salti le scale, si infilò gli scarponi, prese l’attrezzatura e ripartì sgommando con il suo fuoristrada.

Nonostante la furia provata era ancora molto presto quando il giovane cacciatore si rimise in attesa seduto sul suo seggiolino attaccato al grosso noce. Stava bene ora. Per un poco aveva avuto paura di aver dormito troppo e di aver fatto tardi: sapeva che in quel periodo il maschio passava a intervalli frequenti per marcare il suo territorio. Sia lui sia Simone lo avevano visto diverse volte anche prima delle sei del pomeriggio. Però l’orologio del telefonino gli mostrò che erano solo le quattro: non era affatto in ritardo. Si rilassò. Ma di giorno, stranamente, il tempo passava più lentamente che durante la notte. Forse perché si vedeva tutto e tra i cespugli non c’erano da scoprire i misteri nascosti dal buio e ingigantiti dall’immaginazione. Le ore passarono ma furono molto lunghe e il tedio subentrò alla speranza. Inaspettatamente, poco prima delle otto, gli occhi di Mattia, che nonostante tutto non si erano fermati, inquadrarono una macchia rossa sotto l’albero dove un attimo prima era certo che ci fosse solo il verde dell’erba.

Caccia con l’arco – Solo lo sbattere convulso

Lì per lì non successe niente, il cervello era scettico e non assimilò subito l’informazione. Poi dopo un attimo ci ripensò e lasciò partire una scarica di adrenalina pazzesca. Il capriolo maschio tanto inseguito e desiderato era lì, a solo una decina di metri, mentre brucava teneri germogli di rovo. Mentre cercava di controllare la forte emozione, Mattia valutò la situazione: il suo seggiolino era piazzato in modo da tirare comodamente, da seduto, a sinistra, dove c’era il trottoio più usato dagli animali.

Ma in questo caso il capriolo era uscito alla sua destra: quindi per tirare doveva per forza alzarsi in piedi e girarsi di fianco. Cosciente che il più piccolo rumore o solo un movimento più brusco poteva essere intercettato da quelle mobilissime orecchie a parabola che non si fermavano un attimo, il cacciatore aspettò che il capriolo strappasse alcune foglie e, muovendosi al rallentatore, iniziò ad alzarsi in piedi. Poi, sempre stando attento a muoversi impercettibilmente e soltanto quando il capriolo era intento a brucare, si pose di fianco. Solo allora distolse un secondo gli occhi dalla preda per agganciare la pinza dello sgancio meccanico al loop della corda. Ora era pronto. Ma doveva aspettare che l’animale gli mostrasse il fianco.

Passarono ancora attimi lunghissimi e lenti. Poi finalmente arrivò il tanto agognato momento. Un respiro profondo e Mattia iniziò la trazione. Un tuffo al cuore e si immobilizzò nuovamente guardando con apprensione l’animale che per un istante aveva alzato il capo e fermato le mandibole. Per fortuna fu solo un attimo. Poi, mentre il capriolo continuava a masticare, Mattia completò l’apertura dell’arco e puntò il mirino dietro l’angolo della spalla. Senza azione cosciente, il suo dito indice liberò la freccia. Il tonfo sordo del rumore di ritorno fu seguito dai rumori di una fuga scomposta. Poi rimase solo lo sbattere convulso delle zampe su un cespuglio di nocciolo, le cui fronde si mossero a indicare il folto dove il capriolo era caduto.

Quel sentimento complesso

Si sedette esausto e felice. Mentre aspettava di riprendere il controllo delle proprie facoltà dopo la forte scarica di adrenalina dovuta all’insieme di fortissime emozioni, ripensò a tutta l’azione. L’apparizione improvvisa, senza annunci. I rumori delle tenere foglie strappate e il lento masticare. La freccia che colpiva il costato lasciando fiorire, dopo il suo passaggio, un fiore scarlatto sul pelo rosso. Il rumore sordo dell’impatto e quelli della breve fuga chiassosa e poi quelle frasche che si muovevano. Erano tutti piccoli particolari che Mattia sentiva che avrebbe ricordato per tutta la vita, perché quei frammenti di immagini gli avrebbero reso indelebile il ricordo di quegli attimi. Con le mani tremanti prese il telefonino e dopo qualche vano tentativo riuscì a trovare il mio numero sulla rubrica.

Fece partire la chiamata. Alla risposta raccontò brevemente del suo primo successo a caccia con l’arco. Dopo aver ricevuto i miei complimenti e il Viva Maria, scese dal noce e, lottando con i rovi andò direttamente in direzione del cespuglio di nocciolo che aveva visto scuotere dal capriolo. Lui era lì, steso su un tappeto di foglie secche all’ombra delle grosse foglie verde chiaro. Sopraffatto dall’emozione Mattia cadde in ginocchio vicino al capriolo e si mise ad accarezzarne il muso vellutato, provando per la prima volta in vita sua quel sentimento complesso: è soddisfazione, gioia e felicità frammista all’angoscia e al dolore, non ha una definizione esatta. Solo un cacciatore può comprenderlo.

Emilio Petricci

Scheda tecnica

COSA: capriolo
DOVE: Grosseto – Atc 6, distretto 1
QUANDO: giugno 2020
COME: arco Pse Xpedite (60 libbre), freccia Victory Xtorcion (400 spine), alette Blazer da 2”, punta da caccia Slick Trick, modello standard a 4 lame da 100 grani; energia cinetica: 66,54 fps; Momentum = 0,53 slug

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